OLIMPIADI INFERNALI

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Sport, devastazione e la maledizione dei grandi eventi

L’annuncio dell’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026 a Milano-Cortina sta raccogliendo plausi quasi unanimi dalla politica e dalla carta stampata. La solita prosopopea dell’opportunità mondiale, del rilancio del sistema paese attraverso gli investimenti per le infrastrutture, dell’occasione unica di visibilità che avrebbe ricadute positive per anni, unita ad una certa retorica nazionalista e sciovinista pare non lasciare spazio a nessuna voce contraria.

Eppure basterebbe guardare all’esperienza di Torino 2006, con la costruzione di impianti avanguardistici ed estremamente costosi utilizzati solo in quelle occasioni e rimasti come santuari dello spreco a deturpare il paesaggio naturale; oppure all’ultima grande opera italiana, Expo 2015, che ha si avuto un ritorno d’immagine oltre ogni aspettativa per Milano, ma ha significato anche e soprattutto sperpero di denaro pubblico enorme, gentrificazione selvaggia per alcune zone della città, a tutto svantaggio delle classi meno abbienti costrette a sussistere oppure a spostarsi nella cintura esterna della città, uno sfruttamento lavorativo costruito sul mito della partecipazione, che ha visto migliaia di giovani prestare opere volontarie (ovverosia non pagate) per la buona riuscita dell’operazione di marketing, sdoganamento del project financing per finanziare arterie inutili e sottoutilizzate quali la TEM, la Bre.Be.Mi e la Pedemontana (addirittura non terminata); project financing che poi si è rivelato un modo “à la page” che tradotto significa nazionalizzazione delle perdite e privatizzazione del profitto. Tutto ciò senza scordare che la fase post Expo è ancora tutta da scrivere, con un’area immensa alle porte di Milano che si cerca a tutti i costi di mettere a profitto.

Tutto questo è ciò che è accaduto alla luce del sole, tacendo per pudore di mazzette, infiltrazioni mafiose eccetera.

Venendo al progetto di Milano-Cortina 2026, al netto di strutture già esistenti che andrebbero rimodernate, saltano subito all’occhio diverse cose. A Milano i mega cantieri saranno almeno due, nella parte sud est della città.

Il villaggio olimpico 1 (il 2 e il 3 saranno rispettivamente a Livigno e Cortina D’Ampezzo) che sorgerà allo scalo di Porta Romana e il PalaItalia a Santa Giulia.

Lo scalo di Porta Romana rientra in una strategia di lungo corso che punta a mettere a profitto tutti gli scali in disuso della capitale lombarda. Il villaggio olimpico cadrebbe a fagiolo a Porta Romana, già travolta dalla gentrificazione e “bisognosa” di un grande polo d’attrattiva che completi l’offerta commerciale della zona.

Detto en passant, lo scalo Farini fa parte della più grande operazione di riqualificazione immobiliare milanese, quella di “Garibaldi-Isola” e del complesso di piazza Gae Aulenti, del bosco verticale e del palazzo della regione; lo scalo di porta Vittoria è andato incontro ad uno scandalo dovuto al crac dell’immobiliarista Coppola ed i lavori sono bloccati da anni; alle spalle di Porta Genova si estende uno dei quartieri più trendy di Milano, fatto di musei, spazi culturali, librerie e soprattutto wine bar e osterie non esattamente a buon mercato; la stessa sorte sta accadendo a Lambrate, perlomeno nella porzione più attigua a città studi. A Greco-Pirelli, dopo la costruzione dell’università Bicocca, gli affitti in zona sono lievitati a dismisura, mentre lo scalo di Rogoredo subisce un po’ il fallimento del progetto del quartiere Santa Giulia, ma qui ci ricolleghiamo alla seconda grande opera milanese.

Il PalaItalia dovrà essere un palazzetto da 12.000 posti in una città che già conta Forum, Palalido e PalaSharp. Pensato per rilanciare l’area di Santa Giulia, che doveva essere un quartiere di lusso e avanguardia alla periferia estrema di Milano ma che non è mai davvero decollato come avrebbe dovuto, anche a causa del fallimento dei lavori allo scalo Vittoria di cui accennavamo sopra, questo palazzetto viene già da ora “venduto” come spazio che aiuterà a contrastare il degrado, dato che sorgerà non distante dal famigerato Bosco dello spaccio di Rogoredo, al centro di una criminalizzazione che ha pochi precedenti, volta non tanto a sconfiggere lo spaccio di sostanze stupefacenti, ma più che altro a liberare un’area che fa gola al capitale in una delle zone più futuribili di Milano; criminalizzazione che guarda caso non è avvenuta in altri luoghi ugualmente noti, come ad esempio il “fortino della droga” di via Bligny, dove non vanno a rifornirsi i ragazzini o delle persone che vivono ai margini della società, ma gli studenti bocconiani e molti manager della Milano bene, come testimoniato anche dall’antropologo Andrea Staid che in quello spazio ha vissuto per un anno (https://www.vice.com/it/article/78zzab/viale-bligny-42-milano-intervista-andrea-staid-i-dannati-della-metropoli-fortino-della-droga-349).

Questo per ciò che concerne Milano.

Passando alla montagna, Valtellina, Val di Fiemme e Dolomiti Ampezzane rischiano davvero grosso. Se è vero che gli impianti sportivi veri e propri sono già presenti nei territori e andranno “soltanto” tirati a lucido e magari ampliati, i pericoli veri arrivano da altre parti: infrastrutture di collegamento, richieste a gran voce da diversi sindaci dei territori olimpici; turistificazione selvaggia ed impattante; rischio di compromissione di un ambiente naturale fragile che si è conservato proprio per le difficoltà di accesso.

Per ciò che concerne le infrastrutture, appena è stata annunciata la vittoria della candidatura italiana, sono partiti dei deliri di onnipotenza tali da fare impallidire le ragioni dei SiTav: si parte dalla richiesta più abusata di prolungamento dell’autostrada A27 (cosiddetta Mestre-Belluno) fino in Austria, alla costruzione di nuovi impianti di risalita affetti da gigantismo strutturale, passando per altri due villaggi olimpici, completi di complessi residenziali fino alla fantascientifica idea di velocizzare i collegamenti tra i gangli nevralgici delle olimpiadi, sebbene non si sappia ancora come (Bormio e Cortina distano 4 ore e mezza di macchia l’una dall’altra).

A questa colata di cemento e tecnologia rilasciata su un ecosistema che ancora bene o male si regge in equilibrio, bisogna aggiungere la quantità immensa di pubblico che si riverserà in montagna, persone spesso e volentieri rispettose dell’habitat alpino, ma che nella massa indistinta di turisti che pretendono un trattamento da villaggio turistico all inclusive ovunque vadano, nemmeno si godranno il paesaggio. Si parla già di rispetto per la natura, di minor invasività possibile, di turismo responsabile. Tutte balle. Com’è possibile mantenere in equilibrio un ecosistema basato sulla poca accessibilità se al suo interno vengono inserite centinaia di migliaia di persone che possono arrivare solamente in automobile o in pullman? Centinaia di migliaia di persone che mangeranno, berranno, fumeranno, faranno acquisti, intaseranno strade secondarie, richiederanno delle aree di parcheggio enormi, tenteranno di andare per cime e sentieri senza avere né esperienza né preparazione. Una specie di apocalisse di due settimane che non potrà essere ripagata solo con l’ingente flusso di denaro che arriverà nelle tasche di ristoratori, albergatori, noleggiatori di attrezzature ma che rischierà anzi di compromettere il delicato equilibrio montano per anni, lasciando dietro di loro una mole di costruzioni in cemento che dopo l’olimpiade non avranno più senso di esistere, per mancanza di domanda.

Le serate alpine verranno trasformate in “eventifici” (cit. Alpinismo Molotov) che porteranno ai piedi delle vette alpine la “Milano da bere”, ovviamente per chi se la potrà permettere; i meno abbienti magari si accontenteranno di mangiare un trancio di pizza seduti sui gradini della chiesa, venendo magari etichettati come turisti sporcaccioni dagli amanti del decoro.

Lungi da noi cadere nella dialettica della natura salvifica, della purezza del mondo naturale dal quale l’essere umano si è distaccato; l’essere umano è animale sociale, non animale naturale e proprio per questo motivo, in quanto essere senziente, può e deve sottrarsi alla logica capitalista e mercantilista che vede il paesaggio, la flora e la fauna solo come soggetti passivi di un evento antropico.

In chiusura vogliamo evidenziare tre aspetti magari meno impattanti ma di certo importanti per capire determinati meccanismi:

  • la simbiosi totale tra le politiche legislative e le grandi opere: è di pochi giorni fa la legge detta Sblocca Cantieri, che porta con sé la riforma del codice degli appalti atta a velocizzare e snellire le procedure di appalto: un indubbio regalo alle mafie ma che guarda caso si adatta perfettamente alla cementificazione che l’olimpiade porterà con sé.

  • Il sindaco di Milano Beppe Sala si conferma vero deus ex machina del capitalismo immobiliare. Dopo aver gestito Expo ecco le olimpiadi invernali a Milano, che si inseriscono appieno in un piano almeno ventennale di messa a profitto del patrimonio pubblico meneghino inutilizzato. Sicuramente sarebbe ingiusto incolpare Sala delle scelte pregresse, ma l’ex commissario Expo è stato candidato per il PD proprio in quanto uomo in gamba a gestire questioni di urbanizzazione, privatizzazione e project financing. Un vero top manager che veste calze arcobaleno per il gay pride mentre invita a Milano gli operatori turistici del mondo LGBT+ e che firma il manifesto per l’emergenza climatica di Fridays for Future mentre si prepara a cementificare per un mega evento che si estende per centinaia di km di arco alpino.

  • Crediamo sia giusto sottolineare che dal punto di vista sportivo, l’olimpiade rappresenta una delle vette più alte, fatta di atleti straordinari con doti assolutamente non comuni. Ma ci piace chiudere con le parole di Carlo Alberto Pinelli, presidente onorario di Mountain Wilderness International e accademico del CAI: “Non ho difficoltà ad affermare che non mi schiero solo contro le Olimpiadi di Milano-Cortina. Sono contro qualsiasi Olimpiade, così come quei giochi sono stati ridotti dall’avidità consumistica e dalla spettacolarizzazione più becera, in totale disprezzo per il significato della montagna e dei suoi valori”.

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Allevare menti per pascolare pensieri

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Gli alunni della scuola elementare “Trento e Trieste” di Cremona sono stati recentemente in visita nella caserma dei carabinieri cittadina, nell’ambito di iniziative volte a creare una cultura della legalità.
Ebbene, come risulta dalle foto scattate dagli stessi carabinieri, i bambini hanno partecipato ad attività che prevedevano tra le altre cose lo schieramento con caschi e scudi antisommossa, una simulazione di perquisizione e saluti militari, il tutto sotto gli sguardi divertiti e partecipi delle insegnanti.

Più che alla cultura della legalità, i bambini hanno partecipato a un insegnamento sull’irregimentazione e sulle tecniche repressive che avremmo loro risparmiato volentieri.

Invece che provare a spronarli ad essere aperti e curiosi per provare a capire le scaturigini del dissenso, a quanto pare si è preferito insegnare loro che il dissenso non è mai giusto e che va fermato con caschi e scudi, guidati da un superiore che brandisce un manganello.

Invece che lavorare affinchè ogni giovane individuo sia in grado di trovare gli strumenti culturali e sociali per affrontare la realtà che si troverà di fronte, gli si fa capire che questa realtà deve rimanere immutabile e garantita anche con la forza.

Sono ben altri gli strumenti per formare le giovani generazioni; crediamo fermamente che farle partecipare a una sorta di “gioco” che simula una realtà fatta di fin troppe zone d’ombra non giovi in alcun modo alla formazione di una cultura – sia pure legalitaria – come si è voluto far credere con questa iniziativa.

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Morire di lavoro

La sicurezza che vogliamo

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Uscire di casa per andare al lavoro e non tornare più. E’ successo ancora, questa volta a Cremona, dove un operaio di 28 anni, Marco Balzarini, ha perso la vita travolto da un “muletto” all’interno dell’acciaieria Arvedi.
Non è il primo incidente mortale che avviene all’interno di questa mega area industriale, già nel 2014 un altro operaio era rimasto ucciso durante il turno di lavoro.
A novembre dello scorso anno i rappresentanti dei lavoratori avevano richiesto esplicitamente maggiore sicurezza, evidentemente consapevoli dei rischi presenti nei processi di lavorazione all’interno dell’azienda.
Le morti sul lavoro non sono mai tragiche fatalità ma conseguenze di un sistema economico improntato sull’incremento di produttività e di utili, abbattendo i costi relativi alla sicurezza, ritenuti spesso superflui perchè incompatibili con l’efficienza e la produttività.
I recenti provvedimenti del governo, coerenti con questa linea, hanno tagliato i fondi riservati all’INAIL, abbassando del 32% i premi delle imprese per l’assicurazione obbligatori, e i fondi per la formazione sulla sicurezza.
Ogni giorno è necessario aggiornare la tragica conta dei caduti sul lavoro, ma ancora non riesce a passare il messaggio che queste morti sono legate a doppio filo al modo di produzione capitalista, che per propria natura è basato sullo sfruttamento dei lavoratori per permettere a pochi di fare guadagni sempre maggiori.
Gli imprenditori parlano di liberalizzazione del mondo del lavoro, di normative soffocanti, di rischi d’impresa sempre maggiori; ma i rischi veri li vivono sulla loro pelle i lavoratori, rischi concreti e spaventosi come gli incidenti sul lavoro che, come in questo ultimo caso, possono essere addirittura mortali.

La federazione cremonese di Alternativa Libertaria/FdCA esprime il proprio cordoglio e la propria solidarietà a tutte le famiglie dei lavoratori morti sul lavoro.

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Un gesto di pura follia

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E’ la tarda mattinata del 20 Marzo quando Ousseynou Sy, autista di pullman in servizio presso la società di trasporti Autoguidovie, prende in ostaggio due classi delle scuole medie di Crema, e cerca di dirigersi verso l’aeroporto di Linate, non prima di avere versato della benzina all’interno del pullman e aver fatto legare i bambini ai sedili dopo averli minacciati con delle armi.
Le voci sulle dinamiche e sui precedenti di Sy si rincorrono confuse, ma rimane ferma la motivazione che lo ha spinto ad un gesto tanto estremo: voleva agire per vendicare i migranti morti nel Mediterraneo. Ai morti in mare voleva aggiungere altre morti innocenti.

Un gesto che non si giustifica in alcun modo viene così ammantato di un significato fino ad oggi inedito per lo scenario italiano. Un’azione che ha scatenato dei rigurgiti razzisti ingiustificati tanto quanto il dirottamento stesso.
Abbiamo vissuto in prima persona e in diretta l’attimo esatto in cui sono state rese note le generalità dell’autista ed appena saputo che si trattava di una persona di colore si sono aperte le cataratte del cielo. Da un gesto folle di una persona che ha perso il senno è divenuta una testimonianza di come gli stranieri siano un pericolo per l’occidente e la rivendicazione stessa inerente le stragi del Mediterraneo ha rafforzato nell’immaginario di persone già vocate a pensieri razzisti la loro convinzione di avere avuto ragione, di essere nel giusto quando si auguravano più barconi affondati.
E poco importa che anche i due ragazzi che sono riusciti a liberarsi e a lanciare l’allarme abbiano origini africane, come tanti che oggi frequentano le nostre scuole.

Gli esponenti del governo e i maggiorenti locali della Lega Nord hanno ovviamente soffiato sul fuoco, arrivando a scatenare all’interno del loro seguito una vera e propria tentazione di “caccia al nero”, ben sapendo che anche questo episodio terribile è figlio di un odio da loro generato e cavalcato per meri fini di potere.
Gli uomini forti del governo, Salvini e Di Maio hanno promesso la revoca della cittadinanza italiana a Sy ed il conferimento della stessa a Ramy, il ragazzo che per primo ha dato l’allarme. La cittadinanza non è e non deve essere un premio o una benemerenza per nessuno. Ramy merita di essere cittadino italiano perchè nei fatti lo è: qui è nato, qui è inserito nel tessuto sociale, esattamente come tutti i suoi compagni e tutti i ragazzi nella stessa situazione. Situazione causata dal decreto sicurezza che lo stesso Salvini ha emanato mesi fa.
Ovviamente il gesto isolato di Sy non ci smuove di un millimetro dalle nostre posizioni.

  • Riaffermiamo il diritto di qualsiasi essere umano ad essere accolto ed integrato ovunque desideri rifarsi una vita e qualunque sia il motivo che lo spinge a lasciare il proprio luogo d’origine.

  • Denunciamo la barbarie dei lager libici e la mattanza nel Mediterraneo e chiediamo una revisione delle politiche europee sui visti di ingresso, che depotenzierebbero anche il controllo delle mafie sull’immigrazione.

  • Appoggiamo i movimenti di opposizione a un potere reazionario e conservatore che anima i paesi arabi ed africani, dalle proteste contro Bouteflika in Algeria a quelle contro Assad in Siria, passando dal Sudan di Bashir.

  • Aborriamo le politiche neocoloniali in Africa, che depredano risorse e ricchezze per accentrarle in pochissime mani.

  • Combattiamo nei luoghi dove siamo presenti contro il razzismo e le sue derive fascistoidi e rigettiamo al mittente l’idea che l’immigrazione sia la causa prima di tutti i nostri mali.

  • Respingiamo l’idea eugenetica che il dirottamento del bus sia avvenuto perchè l’autista è una persona di colore.

    Alternativa Libertaria/FdCA – Federazione Cremonese

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Sicurezza si, ma per chi?

SicurezzaIl primo problema del decreto sicurezza è proprio il nome, che rispecchia in sé tutti i suoi contenuti, in perfetta assonanza con le motivazioni di chi lo ha scritto e di chi lo ha approvato.

Il decreto sicurezza si occupa di rassicurare chi lo scrive e chi lo ha commissionato, i padroni e la classe dominante: serve a tenere a bada i poveri, le classi oppresse e sfruttate della nostra società. Ma la povertà e la miseria, ancora più povertà e miseria, è  ciò che fa paura anche a chi, dopo anni di precarizzazione e immiserimento, di servizi sempre più dequalificati, di accurata propaganda securitaria, vede in chi sta peggio ciò in cui rischia di ridursi, e chi vuole strappargli quel poco che ha, e che spera di conservare. Perché, anche se spesso si sbaglia nel capire di chi è la colpa, l’89 per cento delle persone a basso reddito non vede oggi alcuna possibilità, in Italia, di cambiare in meglio la propria condizione di vita… e se le cose continuano così, ha anche ragione.

Così migranti, persone in situazione di strada, ma anche e soprattutto movimenti e organizzazioni sociali che si battono per i diritti, sono i veri bersagli del decreto che porta il nome del ministro delle interiora. Si vuole, in poche ed evidenti parole, togliere ogni agibilità politica, ma anche ogni spazio di vita e di respiro, a chi lotta per i propri e gli altrui diritti, alla casa, al lavoro, alla libertà.

Decreto cattiveria

Non c’è infatti alcuna altra spiegazione sensata, sia pure ideologicamente perversa, alla cattiveria istituzionale di cui siamo costretti a prendere atto ogni giorno. Cattiveria gratuita che si esplicita ogni giorno contro donne, uomini e bambini a cui vengono sottratti libertà, dignità, diritti, persino quello medioevale di asilo e carità.

Smantellare il sistema SPRAAR, capillare e permeato dalla società civile, a favore dei CARA è almeno un evidente favore alle mafie, non solo dell’accoglienza. Gli sgomberi abitativi possono essere ammantati di un ritorno a una legalità formale (che ovviamente sa sempre bene dove fermarsi). La guerra giudiziaria alle ONG può passare come forma di contrattazione nazionalista e muscolosa, per quanto sulla pelle e sulla schiena di persone in cerca di fortuna. Ignobile, ma plausibile. Ma il pervicace accanimento razzista sempre più capillare, dall’esclusione delle famiglie straniere dalle misure di sostegno al reddito all’aumento delle tasse indirette sui trasferimenti di denaro all’estero per le piccole cifre, il carcere per i mendicanti e per chi cerca di sopravvivere anche in queste condizioni, la guerra ideologica a chi cerca, anche dentro il perimetro sempre più angusto della legalità, di far sopravvivere qualche barlume di umanità e di buon senso, è ormai manifesto. Nel mezzo, tra una fake e l’altra, si rafforza il daspo urbano contro gli attivisti sociali, si prevedono anni di carcere per chi occupa case e si procura un tetto, anni di galera per chi partecipa ed organizza picchetti, blocchi stradali, ferroviari. E non è più, solo, una guerra di distrazione di massa, ma il disegno cinico e a media scadenza di un’alleanza elettorale che è riuscita far tornare i poveri una classe socialmente pericolosa, da incarcerare, e da controllare. Il razzismo diffuso serve a far credere che è il colore della pelle, la religione, i modi di vivere e la propria cultura che dividono le persone, ma niente è più falso: non è per il colore della  pelle, ma per la propria condizione sociale.

L’Italia così com’è oggi, di destra e fascista, sempre più povera, ignorante, incapace di cogliere il nesso che esiste, sempre più palese, tra le scelte propagandistiche e autoritarie del governo attuale e le ricadute sociali che già si percepiscono, l’Italia che rincorre il nazionalismo, sinonimo di impotenza e di ignoranza, è il paese capace di credere che prevedere la detenzione per i mendicanti, eliminare la protezione umanitaria, solitamente concessa a chi scappa da situazioni di catastrofi naturali, discriminazioni, estrema povertà e violenze subite da molte donne, ci renda tutti e tutte più sicure. E incapace di svelare l’assoluta pochezza di questo governo su tutto quanto non sia pura propaganda.

E la sicurezza sulla salute?

Ad esempio, tra gennaio e ottobre 2018 l’Inail ha registrato 945 morti sul lavoro. Quasi il 10% in più dei primi 10 mesi del 2017. Senza poi parlare delle 534.605 denunce complessive di infortunio anche qui, sempre in crescita. Eppure, annunciando l’insediamento dell’ennesimo «Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro» la ministra Grillo sembra preoccupata soprattutto delle aggressioni subite dal personale medico, peraltro capro espiatorio di una sanità pubblica allo stremo. Unica nota in merito pervenuta in un anno sull’argomento dal governo, comunque. Però, tra una foto del premier con il caschetto e una con un panino, il contributo del decreto sicurezza è quello di rendere i lavoratori ancora più ricattabili di fronte a una macelleria di carne umana utile al profitto di costruttori e imprenditori, che risparmiano e guadagnano sulla vita delle persone. E ancora non si capisce chi dovrà ricostruire il ponte di Genova….

Altro esempio: nel 2017 sono state segnalate 3.443 nuove diagnosi di infezioni da HIV: come attività di prevenzione si illumina il pirellone a milano, ma non solo il governo boccia la proposta di legge destinata alla distribuzione gratuita di preservativi alla popolazione sotto i 26 anni, ma fa una squallida operazione di disinformazione accusando gli stracci di quattro disperati salvati dal mare di poter trasmettere il contagio, una bufala che si aggiunge agli innumerevoli pregiudizi volti a creare stigma sociale, invece che una sana politica di prevenzione, unica risposta contro HIV e AIDS.

Di fronte a un aumento del femminicidio e delle violenze sulle donne si chiudono e si sfrattano i centri antiviolenza, si fa propaganda razzista e si blatera di diritti dei padri a poter vedere i figli quando vogliono (ovviamente, solo da separati: prima si aboliscono i congedi parentali a loro concessi).

Nel frattempo, non una sola misura reale di sostegno al reddito, al lavoro, ma i soliti pacchi fatti di condoni, edilizi e fiscali.

Perché, se questo decreto garantisce una sicurezza, è la sicurezza dello sfruttamento, nel creare masse di clandestini ancora più ricattabili, negando ai movimenti sociali di poter agire per esigere una vita migliore. La sicurezza di poter discriminare e sottrarre alle donne e soggettività LGBT i piccoli spazi di diritto all’esistenza duramente conquistati negli ultimi anni.

Re-agire uniti

Ma se il Ministro con il suo decreto repressione mette assieme diverse lotte e questioni che negli ultimi anni la sinistra (quella vera, che si trova tra le strade e i quartieri, non quella del parlamento) ha combattuto separatamente, a maggior ragione bisogna impegnarsi per unire il disperso, organizzare il disorganizzato, ritrovare la spinta per massificare la ribellione e realizzare la costruzione di un’alternativa sociale e politica reale, solidale, giusta.

Ce n’è per tutte e tutti noi.

Per chi fa sindacato: (sia pure nelle diverse declinazioni) mantenere la bussola almeno nella difesa antirazzista e antifascista, che costruisca nei posti di lavoro un argine al razzismo e al fascismo dilagante, che difenda l’agibilità delle lotte sostenendo con solidarietà gli attacchi padronali anche al di là delle sigle di appartenenza, per riconquistar reddito, garanzie, sicurezza.

Per chi fa parte della società civile: non solo cercare di tamponare il disastro umanitario che sta per riversarsi nelle nostre disgraziate periferie, ma continuare ad alzare la voce pretendendo il rispetto dei diritti fondamentali, per ricostruire un fronte anche morale di resistenza.

Per gli operatori sociali e sanitari: opporsi alle misure discriminatorie e agire, in coscienza, di conseguenza.

Per tutti i militanti e gli attivisti di classe, libertari e solidali: dobbiamo essere capaci di costruire e ricostruire momenti di lotta ma anche strumenti di mutualismo e di solidarietà che ci mettano in grado di difenderci dalle miserie morali e materiali della distopia in cui ci stanno imprigionando. Senza temere le contraddizioni di classe, rimboccarsi le maniche e lavorare non solo per compattare l’opposizione sociale ma sopratutto per massificare tale opposizione, rompendo l’isolamento e l’accerchiamento che la sinistra soffre, in parte per l’azione del nemico ma in parte anche per una tendenza a chiudersi nei propri punti di riferimento. Trasformare la società esige anche spogliarsi dai pregiudizi e riuscire ad affrontarli, a tradurre le nostre analisi in prassi e discorsi condivisi, a disputare con efficacia il consenso coinvolgendo anche  persone  fino ad ora mai organizzate, che non si sono mai occupate di politica. In poche parole quindi, costruire la coscienza di classe,Perchè  anticapitalisti e antifascisti non si nasce, si diventa. 

Le macerie materiali, e morali, non ci spaventino, siamo noi classe lavoratrice che abbiamo costruito e facciamo funzionare le macchine di questo mondo, e anche di questo paese. Dobbiamo proteggere il mondo nuovo che portiamo nei nostri cuori, il mondo in cui razzisti, fascisti e padroni non abbiano spazio, in cui la solidarietà e il mutuo aiuto siano la risposta alla povertà e all’esclusione. Un mondo che cresca ad ogni istante, che si affermi e realizzi all’interno dell’autogestione delle lotte che prepara l’autogestione della società.

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STORIA DI UN ANARCHICO

Arci Persichello – Domenica 16 dicembre – ore 18

Storia di un Anarchico – spettacolo teatrale di e con Fabrizio Caraffini e Luca Pozzoli

Data unica!

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CONTRO LA MATTANZA – GIORNATA ANTIMILITARISTA A PERSICHELLO

CONTRO LA MATTANZA – LE RAGIONI DEI DISERTORI DELLA GRANDE GUERRA

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✯ Domenica 4 novembre dalle 11.00 – Arci Persichello in collaborazione con Alternativa Libertaria / FdCA Federazione Cremonese

La Prima Guerra Mondiale è stata anche una storia di diserzioni. A Caporetto e a Vittorio Veneto migliaia di soldati delle due parti abbandonarono l’esercito: erano stati mandati a combattere una guerra voluta da borghesi, padroni e intellettuali fanatici. Innumerevoli e spesso dimenticate dalla storia ufficiale furono le rivolte, gli ammutinamenti, i sabotaggi.

✓ ore 11:00: Ne parliamo con Marco Rossi, autore di “Gli ammutinati delle trincee – dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale, 1911-1918”

✓ ore 12:30: Pranzo a cura della Cascina delle Cingiallegre

✓ ore 16:00: “Senza una buona notte”, di e con Fabrizio Caraffini. Spettacolo Teatrale a cura di “TeatroItineranteproduzioni”

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Marco Rossi è da tempo impegnato nella ricerca storica sulle vicende del movimento operaio dopo la Prima guerra mondiale, con particolare attenzione verso l’antifascismo anarchico. Con BFS edizioni ha dato alle stampe “Avanti siam ribelli. Appunti per una storia del Movimento anarchico nella Resistenza” (Pisa, 1985) e la prima edizione di “Arditi, non gendarmi! Dall’arditismo di guerra agli Arditi del popolo 1917-1922” (Pisa, 1997). Con altri editori ha pubblicato: “Il conto aperto. L’epurazione e il caso di Codevigo: appunti contro il revisionismo” (Padova, 1997), “I fantasmi di Weimar. Origini e maschere della destra rivoluzionaria” (Milano, 2001) e “Ribelli senza congedo. Rivolte partigiane dopo la Liberazione, 1945-1947” (Milano, 2010). La nuova edizione 2011 di “Arditi, non gendarmi!” è stata completamente rivista e ampliata dall’autore.

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Cascina delle Cingiallegre: un’esperienza comunitaria resistente
https://cascinadicingia.wordpress.com/page/1/

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Fabrizio Caraffini, attore poliedrico e militante

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• INGRESSO CON TESSERA ARCI 2018/2019 •
Durante la giornata sarà possibile sottoscrivere la nuove tessera.

Arci Persichello, L.go Ostiano 72, Persico Dosimo (CR)

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Solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori della Medtronic

Nel pomeriggio di giovedì 12 Luglio siamo stati al Presidio Medtronic-Invatec a portare solidarietà e sostegno alle lavoratrici e lavoratori in lotta.

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Solidarietà a RI-MAKE

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Ancora uno sgombero, ancora uno spazio di socialità, aggregazione e mutualismo che viene sottratto alla collettività per tornare nelle mani di speculatori e palazzinari senza scrupoli.

Questa mattina, mercoledì 30 maggio, lo Spazio di Mutuo Soccorso Ri-Make è stato sgomberato.

Un’esperienza di appropriazione collettiva che nasce 4 anni fa, nel bel mezzo della crisi economica, recuperando uno stabile abbandonato da decenni e rendendolo alla comunità ( ex sede della Banca Nazionale del Lavoro) del quartiere Affori, periferia nord di Milano, proponendo un progetto politico autogestito e autorganizzato che negli anni ha visto nascere una mensa popolare, un mercatino biologico, una sala studio, una sartoria e decine di altri laboratori a disposizione di chiunque ne avesse necessità.

Un luogo liberato dalle logiche di mercato e del capitalismo predatorio, ed è proprio per questo che fa paura, viene espulso come un corpo estraneo dai processi di gentrificazione, che “attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati”, come riportato sul decreto legge sulla sicurezza e il decoro urbano, creano un modello di città vetrina, emanando daspo urbani e sgomberando luoghi di aggregazione e socialità.

Anche in un momento difficile come quello dello sgombero, le compagne ed i compagni di Ri-Make hanno ricevuto la solidarietà attiva di coloro i quali da via Astesani sono passati, ne hanno vissuto gli spazi ed hanno dato una mano nel creare un punto di riferimento per il quartiere e non solo. E’ per questo motivo che Ri-Make deve continuare ad esistere e a resistere.

Alternativa Libertaria è solidale con le compagne e i compagni di Ri-Make.

(immagine tratta dalla pagina Facebook di RI-MAKE)

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CIAO MONIA

La compagna Monia Andreani della sezione di Pesaro/Fano di Alternativa Libertaria/FDCA ci ha lasciato improvvisamente.
La ricorderemo per sempre portando avanti le lotte in cui credeva, per la costruzione di un’alternativa libertaria a questa società.

Ciao Monia.

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