L’incubo del futuro? Una bella patria populista, sovranista e protezionista per il ritorno a casa dell’ex-capitalismo globale

La scorciatoia del populismo

Il 2016 è stato l’anno delle rivolte populiste. La Brexit, la vittoria di Trump, i sondaggi crescenti per la destra xenofoba e razzista in tutta Europa, l’empito sovranista in chiave anti-europea di certa sinistra nazionalista, pretendono di trovare nel popolo l’unzione per accreditarsi a governare le nuove patrie del futuro.

Ma non basta vincere le elezioni o arrivare piazzati, come in Olanda, per trasformare le patrie umiliate dal Fondo Monetario o dalle politiche sul debito della UE, in paesi sovrani.

Tornare a battere moneta e introdurre dazi ai confini non proteggerà l’economia nazionale.

Respingere gli immigrati non serve a spingere la crescita del PIL.

Rimpatriare l’attività delle multinazionali significa importare anche le condizioni di  lavoro degradate, in primis quelle salariati, di cui esse hanno potuto beneficiare finora.

La subalternità agli interessi dei rispettivi capitalismi da parte delle organizzazioni sindacali riformiste si realizza in Europa e nei paesi a capitalismo maturo con una perdita di consensi e dei vecchi ruoli concertativi.

Bisogna fare i conti col capitalismo che dopo 25 anni di globalizzazione se ne torna a casa.

Meno profitti, meno globalizzazione

Un ritorno, una ritirata che sono iniziati ben prima dell’ondata populista.

Negli ultimi 5 anni i profitti delle multinazionali sono calati del 25%.

Circa il 40% delle multinazionali hanno una redditività del capitale investito inferiore al 10%.

Se dieci anni fa la quota dei profitti globali delle multinazionali era del 35%, oggi è del 30%.

Questi indici costanti per imprese industriali, manifatturiere, finanziarie, dell’agro-alimentare e delle risorse naturali, dei media e della comunicazione hanno un solo significato: l’approccio globale è diventato un fardello e non più un vantaggio per fare profitti.

Ne sta facendo le spese il populista Regno Unito, la cui bilancia commerciale è in grave deficit per il venir meno dei profitti delle sue multinazionali.

Il barile delle agevolazioni fiscali, dei bassi salari, delle licenze ad inquinare, ottenute dai paesi in cui le multinazionali si insediavano, è stato raschiato a fondo.

I tempi in cui le multinazionali compravano e vendevano contemporaneamente su diversi mercati, speculando sulle differenze di prezzo dei beni sembrano essersi interrotti.

Dalla Germania all’Indonesia si fanno più stringenti le regole sugli acquisti di imprese locali da parte delle multinazionali.

Nel 2016, la UE e gli USA hanno avuto un duro scontro su chi avesse diritto ai $33 miliardi che la Apple e Pfizer pagano annualmente.

La Cina vuole di più: che le multinazionali portino le loro attività di ricerca e di sviluppo nel paese.

Chi rileva imprese all’estero deve sempre più garantire il carattere nazionale di quelle imprese e cioè: mantenere i posti di lavoro, pagare le tasse e garantire ricerca&sviluppo. Un settore, quest’ultimo, sempre più affidato all’industria militare.

Quando Trump dice che le imprese americane devono smettere di delocalizzare posti di lavoro ed impianti all’estero e che è pronto ad una politica fiscale agevolata per riportare i capitali delle multinazionali a casa, a riscrivere le regole delle transazioni internazionali, salvo imporre dazi sulle catene di distribuzione transfrontaliere, sta lanciando un messaggio protezionista preciso.

Un messaggio che piace a tutti i populisti, sovranisti e protezionisti: mettere le mani sul valore prodotto dalle multinazionali per finanziare le proprie politiche patriottiche e ricevere ulteriore consenso popolare.

Su questo versante i sovranisti di destra sembrano più attrezzati dei sovranisti di sinistra, alquanto in difficoltà ad imbastire campagne populiste che si rivolgono alla pancia dell’elettorato, rischiando, quindi, di finire al rimorchio di parole d’ordine reazionarie.

Populismo, sovranismo e protezionismo, dunque, contano sulla grande ritirata delle multinazionali e sul loro reinvestire in patria in impianti e posti di lavoro.

E’ prevedibile che, prima di mettere a disposizione in patria il valore prodotto, le imprese capitalistiche pongano delle condizioni: molto probabilmente le stesse che hanno segnato questi ultimi decenni e soprattutto gli ultimi 10 anni di crisi globale.

Condizioni che hanno portato la UE alla depressione economica.

Questo vale soprattutto per l’Italia, un paese senza multinazionali di ritorno e senza più un’industria nazionale, in cui i salari sono tra i più bassi nell’Unione Europea.

Combattere il capitalismo, globalizzato o domestico che sia

Le scorciatoie del sovranismo portano la sinistra in un vicolo cieco; invece occorre rilanciare una prassi internazionalista e combattere il capitalismo in ogni luogo di lavoro e di vita, costruendo orizzonti di alternativa sociale in cui donne ed uomini organizzati come classe di sfruttati ed oppressi sfidano il dominio capitalistico e populista e ricostruiscono solidarietà e partecipazione dal basso.

Con loro, tra di loro, anche noi anarchic* e libertar* per la lotta di classe.

Alternativa Libertaria/fdca

97° CdD

Fano, 25 marzo 2017

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17 MARZO sciopero generale della Scuola

Siamo al secondo anno scolastico di vigenza della Legge 107/2015 (detta anche Buona Scuola).

I dispositivi implementati dalla L.107 nelle singole istituzioni scolastiche, scardinando tutto il sistema di contrappesi e di controllo democratico precedenti, hanno consentito che il MIUR ed i terminali dirigenziali a livello locale e di scuole (i Dirigenti Scolastici) potessero dispiegare tutte le negative potenzialità della L.107 inoculandole nel corpo di una categoria che per tutto il 2015 aveva resistito strenuamente alla contro-riforma, per poi ritrovarsi, nell’isolamento di ogni singola scuola, priva di strumenti e di indicazioni per organizzare una pur minima resistenza, grazie alla ritirata strategica delle oo.ss. confederali.

Alcuni segnali preoccupanti di “resa incondizionata” si sono poi avuti col mancato raggiungimento delle 500.000 firme necessarie per portare a referendum popolare 4 commi della L.107, particolarmente odiosi.

Che ora sono assoluta normalità, legge vigente, in ogni scuola.

La solitudine della categoria, non supportata dalla mobilitazione di altre categorie; l’isolamento della categoria, chiusasi nel tentativo di minimizzare a livello dei singoli le conseguenze derivanti da una situazione di totale subordinazione ai dirigenti scolastici; il senso di sconfitta subentrato alla sfortunata campagna referendaria, tutto questo ha portato l’intera categoria ed il movimento di lotta che era in grado di produrre a livello sindacale, associativo, trasversale, alla normalizzazione dei comportamenti ed alla smobilitazione del conflitto.

Nè può consolarci il prendere per buono che il voto degli insegnanti al referendum istituzionale del 5 dicembre 2016 abbia pesato nella sconfitta di Renzi.

Fatto sta che Renzi non è più presidente del consiglio, ma la L.107 continua a produrre metastasi.

Il governo Gentiloni ha varato otto decreti applicativi di tale legge, ignorando persino quel “dialogo sociale” con i protagonisti dell’istruzione pubblica che raccomanda l’Unione Europea.

Vanificando i progetti di rinnovata concertazione che in certi ambienti sindacali confederali stanno ritrovando qualche speranza dopo gli accordi sui metalmeccanici e sul pubblico impiego.

Nei fatti, le otto deleghe aggravano il già disastroso panorama della L.107.

Per il futuro reclutamento dei docenti non si riconoscono le abilitazioni già conseguite né il servizio prestato e si apre un percorso a tappe di anni, sottopagato e precarizzato, prima di accedere al posto a tempo indeterminato.

Per i diversamente abili, si superano i limiti di legge (un disabile per ogni 20 alunni per classe) e si mira a ridurre il numero degli insegnanti di sostegno, introducendo corsi di “aggiornamento” improvvisati per tutti gli insegnanti, per delegare progressivamente l’attività di sostegno all’intero personale docente. Un vero e proprio attacco al diritto allo studio dei soggetti disabili.

La delega sull’Istruzione professionale punta ad una parificazione con la Formazione professionale extra-scuola, prevedendo indirizzi di studio minimalisti e meramente esecutivi.

Per gli alunni, si ribadisce la centralità dell’ “alternanza scuola-lavoro”, in una forma scoperta di apprendistato gratuito, con flessibilità fino al 40% del monte orario, con presenze pomeridiane vincolanti per docenti ed Ata, “contratti d’opera” offerti dalle imprese tramite loro “esperti”, la valutazione dello studente come “bilancio di competenze” in base ad una presunta “cultura del lavoro”.

In quanto poi al ‘sistema integrato 0-6 anni’, che dovrebbe unificare sotto l’egida degli Enti Locali, asili-nido, scuole materne comunali e scuole dell’Infanzia statali, il rischio è quello di abbassare notevolmente il livello della scuola dell’Infanzia pubblica (una delle migliori del mondo), visto che i “poli per l’infanzia” accoglierebbero in un unico plesso o in edifici vicini bambini/e fino a sei anni di età nel quadro di uno stesso percorso educativo: un’ulteriore, drammatica dequalificazione del lavoro.

In questa situazione, giunge un importante segnale di coraggio e di fiducia da parte dei sindacati di base della scuola, che si assumono la responsabilità di mobilitare la categoria in uno sciopero tanto rischioso quanto necessario.

Necessario per rilanciare dibattito e mobilitazione all’interno delle singole scuole; necessario per riprendere in piattaforma alcuni dei temi peggiori della L.107, riguardanti la mobilità degli insegnanti e l’assunzione diretta per tre anni da parte dei dirigente scolastico, i fondi per il merito dei docenti a discrezione del dirigente scolastico, l’alternanza scuola-lavoro.

Ma introducendo inoltre elementi perequativi sul piano delle assunzioni, delle sostituzioni del personale scolastico, opponendosi alla flessibilità occupazionale prevista all’interno delle reti di scuole, fino all’abolizione dei testi INVALSI ed al pieno riconoscimento dei diritti sindacali per ogni organizzazione sindacale.

Alternativa Libertaria appoggia lo sciopero del 17 marzo, quale momento decisivo nel tentativo di ricostruire un movimento di lotta nella scuola in una situazione di grave clima di normalizzazione; sostiene i tanti tentativi di mobilitazione unitaria tra studenti e lavoratori/trici della scuola previsti in diverse città italiane per il 17 marzo.

Alternativa Libertaria/fdca

17 marzo 2017

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Ricostruire opposizione sociale organizzata dal basso. Costruire un progetto collettivo per l’alternativa libertaria.

Renzi è caduto. Le sue politiche no.

In Italia il 2016 si è concluso con la caduta del governo Renzi provocata da un responso referendario negativo sulla riforma della Costituzione proposta al vaglio popolare.

Se l’esito è del tutto apprezzabile, dato che è stato fermato uno dei progetti autoritari capisaldo della politica renziana e del grande capitale, gli eventi successivi (approvazione della Legge di Stabilità e nuovo governo di continuità delle politiche precedenti a fronte di nessun movimento che si alimentasse della vittoria del NO depurandolo dei tanti elementi ambigui e persino fascisti che l’ hanno contrassegnata) hanno confermato che la sconfitta di Renzi si sta trasformando in una rivincita istituzionale.

Infatti nessun segnale si avverte da parte del governo Gentiloni né sulle politiche economiche, né sul ravvedimento necessario per modificare in profondità sia il Jobs Act che la Legge 104 sulla scuola, cioè gli altri due capisaldi autoritari del precedente governo. Mentre non mancano le avvisaglie di una stretta securitaria con la proposta di istituzione dei CIE regionali e l’inasprimento delle espulsioni massa.

La “Buona Scuola” ed il Jobs Act: non bastano i referendum

Incassato il mancato raggiungimento delle firme necessarie a portare a referendum abrogativo la legge sulla scuola (un dato che contrasta molto con la valanga dei NO del 4 dicembre), il governo si concede ora ad una contrattazione mitigatrice sulla mobilità degli insegnanti; ma incombono i decreti delegati su materie come organizzazione del lavoro, retribuzioni, carriere che, sottratte alla contrattazione, non promettono nulla di favorevole per lavoratori e lavoratrici della scuola.

I quali e le quali avranno davanti a sé il duro compito di ricostruire la loro capacità di opposizione e di organizzazione dal basso, dentro e fuori i sindacati, se si vorrà evitare che il lavoro nella scuola della repubblica diventi uno strumento di controllo e di comando dello Stato.

Se questo movimento si svilupperà, con l’appoggio auspicabile anche degli studenti, avrà caratteristiche sociali e politiche che gli permetteranno di articolare il NO del 4 dicembre in un dissenso che trova il suo significato in una visione diversa della scuola e del lavoro nella scuola.

Sul Jobs Act, in attesa del pronunciamento della Corte, è iniziata da guerriglia mediatica e legale del governo che teme un altro voto ostile se si terranno i referendum abrogativi proposti dalla CGIL con oltre 3 milioni di firme raccolte.

Anche in questo caso, non è consigliabile attendere l’indizione della data del voto, bensì ricostruire un movimento di sostegno ai quesiti referendari che riesca da un lato a portare il movimento dei lavoratori ed il movimento sindacale fuori dalle secche in cui è costretto dalla nuova contrattazione imposta da associazioni padronali e Stato, dall’altro a ritessere nei territori il consenso necessario a vincere 2 volte: nel raggiungimento dei quorum prima e nella vittoria dei Sì poi.

Sarebbe un altro segnale che nel NO del 4 dicembre c’erano davvero pezzi di classe lavoratrice e tanto disagio popolare, uniti da una coscienza di lotta e di resistenza, che niente hanno a che fare con la tanta destra e padronato che -ieri ostile a Renzi- non lo sarà affatto domani nei confronti del Jobs Act.

I numeri contro la realtà delle cose

Secondo l’ultimo rapporto dell’ISTAT, il Pil crescerà nel 2017 dello 0,8%: la “crescita” sarà trainata più dalla domanda interna (+1,2%) che dalle esportazioni. Il numero dei posti di lavoro dovrebbe crescere dello 0,6% mentre la disoccupazione dovrebbe calare allo 11,3%. L’inflazione dovrebbe assestarsi allo 0,6%. Meri numeri per nascondere una realtà occupazionale ed economica sempre più grave per milioni di occupati e disoccupati come confermato dalla tante vertenze in corso contro chiusure di aziende e licenziamenti. L’aumento del prezzo del petrolio e l’inefficacia delle politiche monetarie della BCE potrebbero peggiorare ulteriormente il quadro in un contesto internazionale estremamente deteriorato dai mutamenti in atto a livello economico, militare e geo-strategico.

Strettamente correlati ai dati economici vi sono altri due fattori, abilmente usati e strumentalizzati per incutere timore e depotenziare o deviare eventuali movimenti di opposizione sociale: si tratta dell’immigrazione e del terrorismo.

Anche in questo caso occorre un’azione incessante di solidarietà e di organizzazione dal basso, associativo e sindacale, per sottrarre i lavoratori immigrati alla cultura del sospetto e del razzismo che si sta facendo sempre più strada, aumentando le condizioni di sfruttamento e di ricattabilità nei settori in cui è massimamente concentrata la forza lavoro immigrata, così come nei famigerati CIE, dove rischiano anche la morte.

Fare politica libertaria, oltre i referendum e fuori dalle urne elettorali

Tra un referendum e l’altro e l’attesa delle prossime elezioni politiche, vi sono alcune cose da fare a cui i/le militanti anarchic* e gli/le attivist* libertari* non possono sottrarsi:

  • impegnarsi nella vertenzialità nei luoghi di lavoro e nella ricostruzione della capacità di coalizione dei lavoratori nelle singole aziende e nel territori per poter gradualmente ridare forza globale all’organizzazione di massa dei lavoratori;
  • la crisi dei sindacati, tradizionali e/o alternativi, richiede comunque la nostra presenza ed il nostro presidio come iscritti, come delegati e come dirigenti eletti, per ri-costruire capacità di lotta e di rappresentanza dal basso nei posti di lavoro, nella pratica di vertenzialità;
  • ri-costruire nei territori tessuto sindacale e capacità di solidarietà sindacale a partire dalle esperienze conflittuali più avanzate di collettivi, centri sociali, coordinamenti;
  • sostenere la capacità di costruire lavoro tramite la sperimentazione di cooperative autogestite all’interno di un progetto sociale alternativo.

Le possibilità ed i soggetti di resilienza si esprimono oggi soprattutto nelle lotte nel territorio, dal diritto alla casa al diritto alla salute e ad un ambiente sano, dall’opposizione alle grandi opere inutili alle mobilitazioni contro i progetti di sfruttamento scellerato di terre, acque e mari, dall’opposizione alla aziendalizzazione dell’istruzione alle mobilitazioni contro il razzismo; dall’accoglienza dei profughi alla sperimentazione di forme di produzione e distribuzione autogestite.

In questi mesi, in queste lotte, in queste realtà il ruolo degli anarchici e dei libertari è quello di aprire i recinti, di sconfinare, di costruire ponti o trovare guadi, di collegare le realtà conflittuali, le soggettività sociali nella costruzione del potere popolare autogestionario, radicato negli interessi immediati e storici degli sfruttati.

E’ sempre più urgente recuperare capacità di coalizione e di lotta alla base nei luoghi di lavoro e nel territorio, ri-costruire strumenti e metodi di ampia partecipazione dal basso, forme di solidarietà autogestite, forme di vertenzialità conflittuali che facciano crescere coscienza e progettualità.

Per l’alternativa libertaria.

96° Consiglio dei Delegati
Alternativa Libertaria/FdCA

Fano, 7 gennaio 2017

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Referendum costituzionale e lotta di classe

Nel giro di circa 20 anni, siamo al quarto tentativo di modificare la Carta costituzionale.

Si cominciò nel 1997 con la Bicamerale di D’Alema, poi il referendum dell’ottobre 2001 sul Titolo V della Costituzione, poi quello del 25-26 giugno 2006 sull’intero ordinamento della Repubblica, ora quello previsto il 4 dicembre 2016 sulla Legge Boschi approvata dal Parlamento lo scorso aprile.

Ciò che era scaturito dalla lotta partigiana e antifascista per la libertà e l’uguaglianza, benché poi sancito in una Carta di equilibrio (o mediazione) tra i rapporti di forza in campo nel 1946-47, continua ad essere oggetto di picconate.

Ma la posta in gioco per i lavoratori e gli sfruttati oggi non è tanto la difesa della Costituzione in sé, quanto il contrastare la strategia che sta alle spalle delle leggi di modifica e le conseguenze che
potrà avere.

Una strategia che

• è funzionale al maggior profitto del capitale;
• rafforza il controllo sociale;
• concentra il potere politico in un solo partito;
• alimenta le disuguaglianze e riduce la libertà.

Quanto raggiunto dal Governo Renzi sulle modifiche alla Costituzione, dunque, è l’esito finale di un percorso che ha tentato ed ha messo mano più volte alla Carta Costituzionale, sempre accompagnato da modifiche sostanziali del sistema di voto, con lo scopo evidente di ridurre o abolire la rappresentanza politica istituzionale di interi ceti sociali e di parte importante della popolazione.

Anche in questo caso, il cosiddetto Italicum è strettamente legato alla Legge Boschi ed all’esito del referendum.

Il sistema di rappresentanza che esso prefigura riflette nei suoi aspetti essenziali logiche di dominio che nulla hanno a che vedere con forme di democrazia, anche delegate.

Il potere finanziario detta le regole del gioco, ed anche in Italia il governo non esita ad applicare i dettami dell’oligarchia finanziaria, che non ha bisogno di nessun passaggio democratico per esplicitare il proprio ruolo di potere reale.

Come vuole il capitalismo

E’ il caso di ricordare come si espresse l’agenzia finanziaria JP Morgan il 28 maggio 2013 in un comunicato inviato ai governi europei:

“I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.

I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo.”

Evidentemente, il processo di trasformazione autoritaria delle istituzioni repubblicane in Italia corrisponde a certe precise esigenze del capitale finanziario internazionale (ed italiano): incrementare lo sfruttamento della classe lavoratrice su cui scaricare tutte le conseguenze delle crisi economiche; eliminare ogni impedimento al massimo profitto; favorire le privatizzazioni e speculare sul colossale debito pubblico italiano.
Culla della Repubblica autoritaria
L’obiettivo della Legge Boschi e del voto SI al referendun è, perciò, un governo stabile e con forti poteri concentrati nelle mani del Presidente del Consiglio.
Un governo capace di imporre – senza mediazioni parlamentari – le politiche necessarie a controllare i lavoratori e le masse popolari, di approvare rapidamente le leggi necessarie a soddisfare gli interessi del capitale italiano ed internazionale.
In tal modo il governo Renzi e le forze economiche e politiche nazionali e internazionali che lo supportano, punta a spostare defintivamente i rapporti di classe a favore del grande capitale, a liquidare i diritti democratici e smantellare le istituzioni sorte dalla lotta antifascista per immobilizzare e disorganizzare il movimento dei lavoratori e le loro organizzazioni sindacali; attribuendo rango costituzionale al potere che di fatto oggi l’esecutivo già esercita.
Dopo il cambiamento della seconda parte della Costituzione, vi sarà l’attacco inevitabile alla prima parte, che già procede sul terreno politico concreto, come nel caso del Jobs Act.
Le modifiche al Titolo V riporterebbero al governo il potere su materie precedentemente attribuite alle Regioni, ovvero concorrenti, come su energia e infrastrutture.
Con lo scopo principale di riconfigurare gli assetti istituzionali per favorire la maggiore discrezionalità decisionale possibile dell’esecutivo all’interno dell’unica Camera prevista, sottraendo così potere ed autonomia alle amministrazioni decentrate su materie decisive quali il controllo e la privatizzazione del territorio (sanità, grandi opere, accordi ed arbitrati internazionali, corridoi energetici…).
La posta in gioco
La mancanza di dibattito sui temi costituzionali, surrogata da battute da bar, con slogan semplici quanto ingannevoli, propagati a più mani dai membri del governo ( ed anche da certe opposizioni), dimostra che la posta in gioco è alta.

Il sistema informativo in Italia assomiglia sempre più a quello di un paese dittatoriale (77° posto nel mondo sulla libertà di informazione) e questo deve spingere a mettere al centro della discussione questo grande spartiacque politico, che segnerà profondamente gli equilibri politici in Europa.

Le modifiche alla Costituzione hanno alla propria base la volontà esplicita di adeguare il sistema politico e la sua rappresentanza alla legge di mercato, per questo serve meno democrazia, meno partecipazione dei cittadini.

La violenza del mercato non vuole corpi intermedi e di mediazione sociale per poter espandere la propria sfera d’influenza su quel che ancora ci ostiniamo a chiamare società.

Nei “trattati economici di libero scambio” che cercano di avvenire segretamente e senza coinvolgere minimamente le popolazioni interessate, si sta decidendo di privatizzare ulteriormente la vita dei cittadini: salute, ospedali, pensione, servizi, devono essere messi sul “mercato”.

Questa è una delle ragioni fondamentali per cui in questa riorganizzazione globale si prevede un esecutivo forte, senza il coinvolgimento dei cittadini, in modo particolare di tutti noi che ne faremo la spesa amaramente in termini di qualità della vita.

Per contrastare questo disegno eversivo votare NO è utile ma non sufficiente:
occorre difendere i territori in cui viviamo dalle privatizzazioni e dal centralismo statale rafforzare i movimenti contro le grandi opere e andare oltre la dfesa della Costituzione per costruire l’autogoverno libertario del territorio

Alternativa Libertaria/fdca

95° Consiglio dei Delegati Fano, 1 ottobre 2016 www.fdca.it

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25 aprile 2016, 1 Maggio 2016 70 anni di Resistenza, 70 anni di lotte sociali

Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione in tutti i territori italiani ancora occupati dai nazifascisti.
Nel giro di 6 giorni, quasi tutta l’Italia settentrionale era stata liberata dai partigiani.
Così il Primo Maggio si festeggiarono contemporaneamente la liberazione e la giornata internazionale dei lavoratori, soppressa dal fascismo da 24 anni.
Nella storia italiana, le due date sono dunque intrinsecamente unite dai tumultuosi eventi di quella primavera del 1945: la libertà riconquistata si inverava nel 1Maggio, nella giornata della memoria dei martiri di Chicago del 1886 e della riaffermazione del movimento dei lavoratori come protagonista della lotta anticapitalista ed antifascista.
Le due giornate furono poi proclamate “feste nazionali” nel 1946.


70 anni di lotte per la libertà e l’uguaglianza

Da allora le due giornate simbolo della resistenza antifascista e della resistenza operaia sono state prima osteggiate con la violenza padronale-statale-mafiosa (si pensi alla strage del 1 Maggio di Portella della Ginestra nel 1947), poi lentamente ricondotte alla ritualità del nuovo Stato sorto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, allo scopo di sottrarre ogni spazio di autonomia alla vigilanza popolare antifascista ed alle organizzazioni operaie.
Sono stati decenni in cui quel fascismo, sconfitto militarmente, è riuscito a inserirsi ed a riprodursi all’interno dello Stato e della criminalità organizzata, fino a compiere stragi di popolo per spargere il terrore necessario ad arrestare le lotte operaie e studentesche.
Sono stati decenni in cui il capitalismo italiano ha potuto riprendere l’accumulazione di profitti, imponendo al paese dure condizioni salariali e normative.
Ma l’operazione di riduzione a memorialistica e di depotenziamento del 25 aprile e del 1 Maggio, portata avanti dalle istituzioni statali e da organizzazioni sindacali collaborative e rinunciatarie, non è riuscita a distruggere l’antifascismo ed a falsificarne la memoria, non è riuscita a piegare le lotte dei lavoratori e la loro capacità organizzativa.
Sono stati 70 anni di lotte per la libertà e l’uguaglianza.
Il 25 aprile per contrastare il fascismo oggi
Oggi che il fascismo si esprime sempre più concretamente con le politiche securitarie di Stato e con i partiti politici a vocazione razzista, con la violenza di strada contro immigrati ed attivisti e con il controllo mafioso dell’economia, il 25 aprile assume significati politici inediti.
Nelle manifestazioni locali unitarie, occorre dunque portare i temi antirazzisti della cittadinanza per tutti e delle politiche di accoglienza; occorre portare la rivendicazione della indisponibilità di spazi pubblici e di sedi pubbliche per tutte le formazioni che si richiamano al nazifascismo; occorre vigilare per denunciare le collusioni delle istituzioni con i racket fascio-mafiosi.
Occorre rendere tutto questo parte di una consapevolezza diffusa e popolare, creando reti antirazziste nei quartieri e nelle città, in uno sforzo di unità delle forze antifasciste, degno della migliore tradizione anarchica, come tra il 1919 ed il 1922.
Questo il miglior omaggio che oggi si possa fare alla memoria dei proletari che tentarono di fermare i fascisti ed alla memoria dei partigiani poi, che hanno combattuto e perso la vita per la libertà e per l’uguaglianza.
Il Primo Maggio per contrastare il capitalismo oggi
Anche il Primo Maggio, lungo la traiettoria storica che dalle origini di 130 anni fa conduce all’oggi, torna a riproporre il tema del “riscatto del lavoro” dallo sfruttamento e dal fascismo aziendale.
La soppressione di diritti, tutele e libertà sindacali, che caratterizza questa fase neoliberista del capitalismo internazionale, riguarda tutti i paesi.
La solidarietà di classe sembra scomparsa, riemergono i nazionalismi, si fa strada il razzismo, crescono le guerre di religione, aumenta nel pianeta lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo….
In questa situazione milioni di donne e uomini lottano contro ogni avversità, per i propri bisogni, nella ricerca della propria dignità.
Ed ovunque la prima risposta è quella di rivendicare il diritto di coalizione dei lavoratori nei luoghi di lavoro, il diritto di sciopero, il diritto alla sicurezza, mettere in discussione i profitti, respingere i licenziamenti ed applicare i contratti collettivi a tutti i lavoratori.
In ogni paese c’è un Jobs Act che cerca disperatamente di spezzare la capacità di lotta dei movimento dei lavoratori.
In tanti paesi le manifestazioni per il Primo Maggio vengono vietate e represse; in Italia usiamo il Primo Maggio per rilanciare organizzazione dal basso e speranza, conflittualità sindacale e fiducia.
Alternativa Libertaria/fdca

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A Bruxelles si piangono i morti, mentre i governi della UE guidano la caccia alle nostre libertà!

L’ISIS ha colpito duramente anche il Belgio.
Proprio il paese che era stato tirato direttamente in ballo dopo l’orrore degli attacchi a Parigi del 13 novembre 2015, che si era adeguato alla logica che guida gli Stati occidentali dall’11 settembre 2001 e che ha portato alla situazione attuale.
Una logica senza via d’uscita.
Da una parte, le guerre in Medio Oriente e in Africa, che stanno causando migliaia di morti in nome della “democrazia” e della “lotta al terrorismo”. Col risultato almeno apparente di un evidente caos internazionale.
Dall’altra parte, le nostre libertà e i nostri diritti subiscono forti restrizioni, mentre il discorso sulla sicurezza non fa che alimentare il razzismo. In nome della difesa del “fronte interno”, ogni giorno in più che passa si mangia un po’ di “democrazia”.

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…E TU SLEGALO SUBITO

Campagna nazionale per l’abolizione della contenzione

Comunicato di adesione all’appello

Quando le scelte produttive neoliberiste ostacolano la salvaguardia della salute, la Medicina svolge per conto del potere, una funzione di riparazione e controllo di “coloro che funzionano male”, contribuendo a creare un mercato in cui le persone con i loro bisogni diventano oggetti, numeri, clienti, e le prestazioni, merci senza che siano rimosse le cause primarie di malattia,

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Piazza Fontana – con Francesco Barilli e Claudia Pinelli

Circolo Arci Persichello
Alternativa Libertaria/FdCA
Osservatorio Antifascista Cremonese

SABATO 9 GENNAIO 2016 • ore 18:00

PIAZZA FONTANA
presentazione del libro a fumetti di Francesco Barilli
e Matteo Fenoglio (BeccoGiallo, 2010)
con FRANCESCO BARILLI e CLAUDIA PINELLI

a seguire: cena in collaborazione con la Cascina delle Cingiallegre
adesioni su www.facebook.com/arcipersichello entro mercoledì 6

Piazza-Fontana_09_01_16

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Alternativa Libertaria – Foglio Telematico – Dicembre 2015

Alternativa Libertaria Dicembre 2015

In questo numero:

Migranti e profughi

Austerity: a chi i soldi….e a chi niente..

 

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Alternativa Libertaria – Foglio Telematico – Novembre 2015

ALTERNATIVA LIBERTARIA Novembre 2015

In questo numero:

Per una vita senza tornelli

Devastazione e saccheggio

Una tragedia operaia

Utopia, scuola libera a Genova

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