Primo Maggio 2017 PER UNA TRASFORMAZIONE AUTOGESTIONARIA DELLA VITA SOCIALE

Quando, l’1 Maggio 1886, la Federazione dei Lavoratori di USA e Canada proclamò lo sciopero generale per le 8 ore di lavoro, la prima reazione delle/gli anarchici di Chicago fu quella di giudicare lo sciopero generale come insufficiente. Ma si resero successivamente conto della necessità di sostenere lo sciopero, in quanto furono capaci di vedere nella lotta per le otto ore non solo una semplice riforma, ma una profonda discontinuità col sistema capitalistico.

Gli slogan che si riferivano a 8 ore di lavoro, 8 ore per il riposo e 8 ore di tempo libero, coinvolgevano in quest’ottica il bisogno di coloro che lottano per farsi carico della propria vita, di scegliere qual è il senso del tempo, il senso del lavoro e della vita sociale in generale. Per questo nella campagna dei primi mesi del 1886, furono gli anarchici che pronunciarono i più ardenti discorsi contro l’ordine costituito e per la costruzione di una società di uguali, davanti a migliaia di scioperanti che si erano mobilitati negli Stati Uniti.

La feroce repressione e la persecuzione da parte dello Stato cadde su proprio su coloro che si erano mobilitati in quei giorni lasciando diversi morti e imprigionando quelli che in seguito divennero noti come i martiri di Chicago.

In oltre 130 anni di dominio da quel 1 Maggio 1886, il capitalismo ha raggiunto una globalizzazione senza precedenti. Ha esteso la sua politica neoliberista su gran parte del pianeta. Le sue organizzazioni internazionali agiscono con coerenza travolgente a beneficio di un piccolo gruppo di potenti, e per la frammentazione di ogni forma di resistenza. Distruggono il mondo del lavoro, i legami di solidarietà, la vita sociale, incrementano lo sfruttamento e peggiorano le condizioni di lavoro, creano enormi masse di povertà e di indigenza in tutto il mondo, reprimono le lotte sindacali e disincentivano la creazione di sindacati nei posti di lavoro.

In questa fase di grande difficoltà per milioni di lavoratori e lavoratrici perseguitati dalle guerre guerreggiate e dalla devastante ristrutturazione capitalistica in atto da 10 anni, dobbiamo costruire una strategia di rottura con il sistema di dominio. Per fare questo abbiamo bisogno di organizzare, in tutte le sfere della vita sociale una trasformazione radicale. In questo senso la costruzione di una forza capace di autogestione sociale è indispensabile se vogliamo sconfiggere le classi dominanti, per difenderci dai meccanismi economici e dalle istituzioni che ci opprimono con le politiche securitarie nonchè rafforzando le gerarchie sociali di comando e obbedienza.

E’ necessario costruire e partecipare in tutto il mondo a organizzazioni di classe che si oppongono al neoliberismo, che lottano contro la precarizzazione e le forme di distruzione della vita sociale: non bastano improbabili riforme bensì occorre un ribaltamento della prospettiva di vita e di organizzazione sociale in nome della solidarietà, della partecipazione, della soggettività individuale e collettiva che è in costante conflitto con il sistema capitalistico.

Il comunismo anarchico è la prassi storica degli oppressi, che si traduce nella costruzione di un progetto sociale che propone il primato della autogestione a tutti i livelli della vita sociale: questo è il percorso che abbiamo scelto per costruire un mondo senza dominio, per costruire questo orizzonte di libertà e, come i martiri di Chicago, come i tanti compagni e le tante compagne che nella nostra storia hanno dedicato la loro vita a questo, ora spetta a noi trovare il modo di impegnarci e lottare per questa causa. Qui ed ora.

Alternativa Libertaria/fdca

1 maggio 2017

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SULLE QUESTIONI ETICHE E POLITICHE INERENTI LA FINE DELLA VITA

Oggi è diventato via via sempre più importante nel dibattito etico e politico sulle questioni di salute, il tema delle fasi finali della vita per due motivi principali. Il primo è di carattere economico e tecnologico, il secondo sociale-filosofico. Si vive sempre più a lungo attraversando diversi livelli di cronicizzazione delle malattie che colpiscono le persone nell’arco della loro vita.

  1. La tecnologia che abbiamo a disposizione in modo standardizzato per continuare a vivere è costituita da ausili molto avanzati ma anche facilmente accessibili in paesi come l’Italia perché garantiti a diversi livelli dal Sistema Sanitario Nazionale. I costi della gestione economica della cronicizzazione di patologie importanti sono elevati e per far fronte alle dotazioni di base si tiene in secondo piano la grande questione della qualità della vita, giungendo in alcuni casi al paradosso dell’obbligatorietà delle cure, somministrate anche con l’uso della contenzione chimica, meccanica e ambientale. La qualità della vita è un valore collettivo – oggi è considerato un desiderio individuale – per cui la vita in quanto tale è e rimane un valore comune, ma una vita buona, una vita soddisfacente, una vita di qualità è considerata un privilegio, un valore individuale, un di più che ciascuno può volere ma che si dovrebbe anche pagare. I processi di privatizzazione della salute passano anche attraverso alcuni dettami culturali, uno di questi è quello che separa la vita di qualità dalla vita in quanto tale.

  2. L’altro elemento che influisce in modo determinante nelle questioni etiche sul fine vita è dato dalla totale alienazione della morte dalla nostra prospettiva sociale. Il morto o chi sta per morire è un invisibile, un indesiderato. La morte – che fa parte della vita e del suo svolgimento – una volta considerata dai saggi come un punto di arrivo di una intera esistenza che andava vissuta con consapevolezza, è oggi un momento occultato e privato. Chi sta male, chi ha malattie inguaribili secondo la medicina attuale, chi vive processi di cronicità che lo portano ad essere gravemente disabile, è considerato una persona che non ha per sé e per gli altri alcuna utilità, una persona che ha bisogno di molte risorse per essere mantenuta in vita, una persona a perdere, come un guscio vuoto, attorno a lui si sviluppano processi di colpevolizzazione impliciti e sono noti a tutte e a tutti gli appellativi di “vegetale” che vengono dati per descrivere diverse e variegate condizioni di disabilità – dalla tetraplegia al coma vigile.

Buona morte o buona qualità di vita

Ragionare oggi sui processi che riguardano la fine della vita significa, diversamente da quanto preso in considerazione nei dibattiti incentrati su autodeterminazione delle scelte ed eutanasia come buona morte, ragionare sui sistemi di welfare sanitario che debbono garantire la qualità della vita a tutte le persone per tutto il tempo in cui la loro vita è da loro stessi considerata degna di essere vissuta, in una situazione di continuo monitoraggio sulle condizioni psicologiche e di accettazione della malattia e sui desideri possibili e realizzabili per le diverse condizioni di dipendenza che si vivono nella vita. Non si può davvero sapere quando si è sani cosa si vorrà rispetto alla propria vita in una situazione di molto mutata, la vita può continuare e può essere di qualità se ci sono gli strumenti e se le persone care sono messe nella condizione di poter vivere insieme alla persona malata senza che questa sia una condanna alla povertà, all’infelicità e alla fine della vita attiva di tutti.

Buona morte e rischio di eutanasia di stato e capitalista

Il rischio a cui siamo di fronte è di enorme portata culturale. Sostenendo solo le proposte di eutanasia o sviluppando una cultura solo incentrata sulla buona morte – senza ragionare sulle cure materiali e sulle relazioni umane di cura per le persone gravemente malate che vorrebbero o potrebbero essere sostenute, curate e amate per poter ancora vivere – si accolga in modo passivo quello che ormai è evidente come un diktat del capitalismo: il diritto di vivere bene è solo appannaggio di chi se lo può permettere perché è in grado di farlo economicamente1. Non dimentichiamoci che il programma di eutanasia di stato del Nazismo, che poi fornì la base per la Soluzione Finale di milioni di persone (ebrei, zingari omosessuali, lesbiche, oppositori politici), nacque e si sviluppò in un clima culturale-scientifico impregnato di eugenetica. Era “eticamente” accettabile far terminare le sofferenze delle persone considerate indegne di vivere perché profondamente danneggiate dalle loro disabilità cognitive su base genetica e psichiatrica, presentate come profondamente infelici. Ci furono genitori che portarono di persona i loro figli a morire perché li amavano e non volevano più “vederli” soffrire. Il carico della loro assistenza era presentato anche come peso economico di un sistema di welfare che doveva sostenere chi non aveva alcun valore per la collettività, soprattutto in un momento di crisi economica e di investimenti delle risorse per tecnologie di guerra.

Consapevolezza, Consenso, Autodeterminazione

Oggi in Italia ci sono strumenti legislativi che hanno al centro il rispetto delle decisioni personali in merito alla fine della vita. La Costituzione Italiana nel suo Articolo 32, il Codice di Deontologia Medica, i testi scientifici e le prese di posizione degli Ordini sull’accesso alle cure palliative e sulla sedazione palliativa e continuata (terminale) sono ormai strumenti fondamentali, molto noti e accurati in ambito sanitario e le prassi cliniche che si svolgono sempre più in modo capillare sul territorio nazionale li hanno recepiti. Il processo culturale che pone al centro il rispetto della persona nelle fasi finali della vita è sempre di più acquisito dalla classe medica e dalle professioni sanitarie. I punti controversi di qualsiasi Legge che si voglia approvare su questi temi, rimangono sempre relativi alle responsabilità e quindi al potere decisionale in caso di emergenza o di rimozione di ausili vitali impiantati in emergenza: il medico deve rianimare oppure NO un malato di SLA che ha deciso di non accedere alla tracheostomia e alla ventilazione meccanica? Anche se questa persona arriva in un reparto di emergenza? Queste domande, dirimenti da un punto di vista penale, sono questioni etiche di fondo che dividono e continueranno a dividere il paese a livello ideologico se trattate come merci di scambio o trasformate in baluardi identitari, invece di essere lasciate alla conciliazione e alla definizione di percorsi individuali basati sulle scelte, sui desideri e sul rispetto delle persone coinvolte. Quello che una Legge sulle direttive anticipate di trattamento, anche la migliore Legge possibile, continuerà a non risolvere è il fatto che se la struttura del sistema sanitario, gestita su base regionale, continuerà a finanziare l’attività di cura privilegiando gli Ospedali, sarà in grado di sostenere solo marginalmente i servizi territoriali pubblici, garantendo con difficoltà una gestione domiciliare di qualità alle persone che sono alla fine della loro esistenza e a chi le assiste a casa.
Senza piani di finanziamento di processi di continuità assistenziale per le persone inguaribili e vicine alla morte (che abbiano al centro i processi decisionali e quindi la comunicazione chiara e accurata di ogni momento di sviluppo della malattia) non è possibile portare ad un buon livello di sviluppo tutte le competenze di relazione di cura: tra pazienti, caregivers, medici di medicina generale, personale infermieristico e tecnico sanitario territoriale. E tali competenze sono fondamentali per garantire la qualità della vita fino al momento di accedere – per chi lo ha scelto – alla sedazione palliativa continuata e terminale, prima, ad esempio, che un problema respiratorio conduca direttamente in un Dipartimento di Emergenza e interroghi i medici sulla scelta di praticare la rianimazione e la tracheostomia, oppure no. Questo è il principale punto di criticità, sostanzialmente non risolvibile in termini definitivi da una Legge, se non con la depenalizzazione di alcuni reati.

Siamo per percorsi di buona cura in cui la fine della vita sia parte della vita

Occorre promuovere una campagna di maggiore sensibilizzazione per programmi politici di welfare sanitario che abbiano al centro la ridistribuzione delle risorse sul territorio per favorire economicamente lo sviluppo da parte dei contesti socio-sanitari diversi, di percorsi di buona cura in cui la fine della vita sia parte della vita e sia affrontata da tutti gli attori in modo consapevole e qualitativamente soddisfacente. Questo è possibile solo di fronte a relazioni di cura in cui ci sia una distribuzione di potere e di responsabilità in merito alle scelte e questo si costruisce solo in termini orizzontali, tra persone che si conoscono, si incontrano, si confrontano e decidono insieme in un clima di mutua fiducia. Solo questo sarà il modo per portare a termine un percorso legislativo e una programmazione che avrà come obiettivo la più corretta distribuzione delle risorse e il maggiore rispetto per le scelte di ciascuna e di ciascuno, che sono sempre scelte svolte in un dato contesto relazionale, sociale ed economico.

1 Il neoliberismo prevede anche un diritto alla cura solo per chi si è comportato bene, non danneggiando la propria salute (evitando fumo, alcol, droghe, eccessi alimentari, sedentarietà) dimenticando i determinanti delle malattie insiti nell’ambiente di vita e lavoro (inquinamento dell’aria, acqua, alimenti, stress lavoro correlato, infortuni ecc.); sarà questo uno dei motivi per cui non si investe nella vera prevenzione?

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Lager Minniti

Il decreto numero 13 del 17 febbraio 2017 – recante “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale” prevede l’apertura dei Cie (ex Cpt), rinominati in Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio), in tutte le regioni.

CIE, i lager italiani del XXI secolo

Istituiti con l’articolo 12 della legge n.40/1998 e divenuti Cie con il decreto legge n.92/2008 (“Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”), i Centri sono stati da sempre sotto osservazione, contestazione e vigilanza militante per violenze e abusi, fino a essere considerati dei veri e propri lager come il “Regina Pacis” di Lecce, luoghi dove si violano sistematicamente i diritti umani, dove si alimenta il racket degli appalti.

Dopo l’inizio della guerra in Libia (decreto Maroni del 2011), c’era stato un superamento dei Cie con la costituzione dei Cas, e successivamente degli hotspot (centri di identificazione in cui la polizia italiana sarà coadiuvata da funzionari delle agenzie europee Europol, Eurojust, Frontex ed Easo). Strutture contro cui si sono levate denunce per violazioni dei diritti umani, violenze e abusi. A Bologna è prevista la riapertura del Centro di Via Mattei, un luogo da orrori quotidiani, dove le persone vittime della Legge Bossi-Fini venivano private della libertà e della dignità, punite anche con violenze e abusi polizieschi per un reato che non hanno commesso.

La condizione di reclusione senza colpa degli immigrati subisce, nel decreto Minniti, un’ulteriore peggioramento impedendo ai richiedenti asilo di ricorrere in appello – ma solo direttamente in Cassazione – e saranno istituite sezioni specializzate nei tribunali. Una scelta indubbiamente discriminatoria sul piano delle garanzie.

Comportati bene se no ti butto fuori dalla città

Ma, insieme al decreto numero 13 del 17 febbraio 2017 è in discussione in Parlamento anche un secondo decreto, il numero 14 del 20 febbraio 2017, su “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”. Esso stabilisce, tra le altre norme, che possano essere allontanate per la “tutela ed il decoro di particolari luoghi” persone la cui “colpa” potrebbe essere il non avere una fissa dimora, introducendo una sorta di mini-Daspo urbano, rinforzando i poteri dei sindaci in tema di ordine pubblico. Un provvedimento, che prima ancora di essere convertito in legge, viene già applicato in termini repressivi come nel caso dei fogli di via comminati a decine di manifestanti di Eurostop dopo la manifestazione del 25 marzo, oppure quasi anticipato dal sindaco di Roma, che ha annunciato un nuovo regolamento comunale con divieti e multe per chi rovista nei cassonetti.

La fusione tra i due decreti crea un mix che andrà a colpire poveri e persone ai margini della società, operando una vera e propria criminalizzazione degli ultimi e di chi ne difende i diritti.

E’ necessaria la mobilitazione delle tante associazioni che operano in questo campo, delle organizzazioni sindacali e di tutta l’opposizione sociale e politica a leggi discriminatorie e repressive come queste per arginare una pericolosa sottrazione di diritti insieme ad una repressione per via amministrativa finalizzata alla distruzione delle libertà e delle garanzie ancora vigenti.

Alternativa Libertaria/fdca

6 aprile 2017

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L’incubo del futuro? Una bella patria populista, sovranista e protezionista per il ritorno a casa dell’ex-capitalismo globale

La scorciatoia del populismo

Il 2016 è stato l’anno delle rivolte populiste. La Brexit, la vittoria di Trump, i sondaggi crescenti per la destra xenofoba e razzista in tutta Europa, l’empito sovranista in chiave anti-europea di certa sinistra nazionalista, pretendono di trovare nel popolo l’unzione per accreditarsi a governare le nuove patrie del futuro.

Ma non basta vincere le elezioni o arrivare piazzati, come in Olanda, per trasformare le patrie umiliate dal Fondo Monetario o dalle politiche sul debito della UE, in paesi sovrani.

Tornare a battere moneta e introdurre dazi ai confini non proteggerà l’economia nazionale.

Respingere gli immigrati non serve a spingere la crescita del PIL.

Rimpatriare l’attività delle multinazionali significa importare anche le condizioni di  lavoro degradate, in primis quelle salariati, di cui esse hanno potuto beneficiare finora.

La subalternità agli interessi dei rispettivi capitalismi da parte delle organizzazioni sindacali riformiste si realizza in Europa e nei paesi a capitalismo maturo con una perdita di consensi e dei vecchi ruoli concertativi.

Bisogna fare i conti col capitalismo che dopo 25 anni di globalizzazione se ne torna a casa.

Meno profitti, meno globalizzazione

Un ritorno, una ritirata che sono iniziati ben prima dell’ondata populista.

Negli ultimi 5 anni i profitti delle multinazionali sono calati del 25%.

Circa il 40% delle multinazionali hanno una redditività del capitale investito inferiore al 10%.

Se dieci anni fa la quota dei profitti globali delle multinazionali era del 35%, oggi è del 30%.

Questi indici costanti per imprese industriali, manifatturiere, finanziarie, dell’agro-alimentare e delle risorse naturali, dei media e della comunicazione hanno un solo significato: l’approccio globale è diventato un fardello e non più un vantaggio per fare profitti.

Ne sta facendo le spese il populista Regno Unito, la cui bilancia commerciale è in grave deficit per il venir meno dei profitti delle sue multinazionali.

Il barile delle agevolazioni fiscali, dei bassi salari, delle licenze ad inquinare, ottenute dai paesi in cui le multinazionali si insediavano, è stato raschiato a fondo.

I tempi in cui le multinazionali compravano e vendevano contemporaneamente su diversi mercati, speculando sulle differenze di prezzo dei beni sembrano essersi interrotti.

Dalla Germania all’Indonesia si fanno più stringenti le regole sugli acquisti di imprese locali da parte delle multinazionali.

Nel 2016, la UE e gli USA hanno avuto un duro scontro su chi avesse diritto ai $33 miliardi che la Apple e Pfizer pagano annualmente.

La Cina vuole di più: che le multinazionali portino le loro attività di ricerca e di sviluppo nel paese.

Chi rileva imprese all’estero deve sempre più garantire il carattere nazionale di quelle imprese e cioè: mantenere i posti di lavoro, pagare le tasse e garantire ricerca&sviluppo. Un settore, quest’ultimo, sempre più affidato all’industria militare.

Quando Trump dice che le imprese americane devono smettere di delocalizzare posti di lavoro ed impianti all’estero e che è pronto ad una politica fiscale agevolata per riportare i capitali delle multinazionali a casa, a riscrivere le regole delle transazioni internazionali, salvo imporre dazi sulle catene di distribuzione transfrontaliere, sta lanciando un messaggio protezionista preciso.

Un messaggio che piace a tutti i populisti, sovranisti e protezionisti: mettere le mani sul valore prodotto dalle multinazionali per finanziare le proprie politiche patriottiche e ricevere ulteriore consenso popolare.

Su questo versante i sovranisti di destra sembrano più attrezzati dei sovranisti di sinistra, alquanto in difficoltà ad imbastire campagne populiste che si rivolgono alla pancia dell’elettorato, rischiando, quindi, di finire al rimorchio di parole d’ordine reazionarie.

Populismo, sovranismo e protezionismo, dunque, contano sulla grande ritirata delle multinazionali e sul loro reinvestire in patria in impianti e posti di lavoro.

E’ prevedibile che, prima di mettere a disposizione in patria il valore prodotto, le imprese capitalistiche pongano delle condizioni: molto probabilmente le stesse che hanno segnato questi ultimi decenni e soprattutto gli ultimi 10 anni di crisi globale.

Condizioni che hanno portato la UE alla depressione economica.

Questo vale soprattutto per l’Italia, un paese senza multinazionali di ritorno e senza più un’industria nazionale, in cui i salari sono tra i più bassi nell’Unione Europea.

Combattere il capitalismo, globalizzato o domestico che sia

Le scorciatoie del sovranismo portano la sinistra in un vicolo cieco; invece occorre rilanciare una prassi internazionalista e combattere il capitalismo in ogni luogo di lavoro e di vita, costruendo orizzonti di alternativa sociale in cui donne ed uomini organizzati come classe di sfruttati ed oppressi sfidano il dominio capitalistico e populista e ricostruiscono solidarietà e partecipazione dal basso.

Con loro, tra di loro, anche noi anarchic* e libertar* per la lotta di classe.

Alternativa Libertaria/fdca

97° CdD

Fano, 25 marzo 2017

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17 MARZO sciopero generale della Scuola

Siamo al secondo anno scolastico di vigenza della Legge 107/2015 (detta anche Buona Scuola).

I dispositivi implementati dalla L.107 nelle singole istituzioni scolastiche, scardinando tutto il sistema di contrappesi e di controllo democratico precedenti, hanno consentito che il MIUR ed i terminali dirigenziali a livello locale e di scuole (i Dirigenti Scolastici) potessero dispiegare tutte le negative potenzialità della L.107 inoculandole nel corpo di una categoria che per tutto il 2015 aveva resistito strenuamente alla contro-riforma, per poi ritrovarsi, nell’isolamento di ogni singola scuola, priva di strumenti e di indicazioni per organizzare una pur minima resistenza, grazie alla ritirata strategica delle oo.ss. confederali.

Alcuni segnali preoccupanti di “resa incondizionata” si sono poi avuti col mancato raggiungimento delle 500.000 firme necessarie per portare a referendum popolare 4 commi della L.107, particolarmente odiosi.

Che ora sono assoluta normalità, legge vigente, in ogni scuola.

La solitudine della categoria, non supportata dalla mobilitazione di altre categorie; l’isolamento della categoria, chiusasi nel tentativo di minimizzare a livello dei singoli le conseguenze derivanti da una situazione di totale subordinazione ai dirigenti scolastici; il senso di sconfitta subentrato alla sfortunata campagna referendaria, tutto questo ha portato l’intera categoria ed il movimento di lotta che era in grado di produrre a livello sindacale, associativo, trasversale, alla normalizzazione dei comportamenti ed alla smobilitazione del conflitto.

Nè può consolarci il prendere per buono che il voto degli insegnanti al referendum istituzionale del 5 dicembre 2016 abbia pesato nella sconfitta di Renzi.

Fatto sta che Renzi non è più presidente del consiglio, ma la L.107 continua a produrre metastasi.

Il governo Gentiloni ha varato otto decreti applicativi di tale legge, ignorando persino quel “dialogo sociale” con i protagonisti dell’istruzione pubblica che raccomanda l’Unione Europea.

Vanificando i progetti di rinnovata concertazione che in certi ambienti sindacali confederali stanno ritrovando qualche speranza dopo gli accordi sui metalmeccanici e sul pubblico impiego.

Nei fatti, le otto deleghe aggravano il già disastroso panorama della L.107.

Per il futuro reclutamento dei docenti non si riconoscono le abilitazioni già conseguite né il servizio prestato e si apre un percorso a tappe di anni, sottopagato e precarizzato, prima di accedere al posto a tempo indeterminato.

Per i diversamente abili, si superano i limiti di legge (un disabile per ogni 20 alunni per classe) e si mira a ridurre il numero degli insegnanti di sostegno, introducendo corsi di “aggiornamento” improvvisati per tutti gli insegnanti, per delegare progressivamente l’attività di sostegno all’intero personale docente. Un vero e proprio attacco al diritto allo studio dei soggetti disabili.

La delega sull’Istruzione professionale punta ad una parificazione con la Formazione professionale extra-scuola, prevedendo indirizzi di studio minimalisti e meramente esecutivi.

Per gli alunni, si ribadisce la centralità dell’ “alternanza scuola-lavoro”, in una forma scoperta di apprendistato gratuito, con flessibilità fino al 40% del monte orario, con presenze pomeridiane vincolanti per docenti ed Ata, “contratti d’opera” offerti dalle imprese tramite loro “esperti”, la valutazione dello studente come “bilancio di competenze” in base ad una presunta “cultura del lavoro”.

In quanto poi al ‘sistema integrato 0-6 anni’, che dovrebbe unificare sotto l’egida degli Enti Locali, asili-nido, scuole materne comunali e scuole dell’Infanzia statali, il rischio è quello di abbassare notevolmente il livello della scuola dell’Infanzia pubblica (una delle migliori del mondo), visto che i “poli per l’infanzia” accoglierebbero in un unico plesso o in edifici vicini bambini/e fino a sei anni di età nel quadro di uno stesso percorso educativo: un’ulteriore, drammatica dequalificazione del lavoro.

In questa situazione, giunge un importante segnale di coraggio e di fiducia da parte dei sindacati di base della scuola, che si assumono la responsabilità di mobilitare la categoria in uno sciopero tanto rischioso quanto necessario.

Necessario per rilanciare dibattito e mobilitazione all’interno delle singole scuole; necessario per riprendere in piattaforma alcuni dei temi peggiori della L.107, riguardanti la mobilità degli insegnanti e l’assunzione diretta per tre anni da parte dei dirigente scolastico, i fondi per il merito dei docenti a discrezione del dirigente scolastico, l’alternanza scuola-lavoro.

Ma introducendo inoltre elementi perequativi sul piano delle assunzioni, delle sostituzioni del personale scolastico, opponendosi alla flessibilità occupazionale prevista all’interno delle reti di scuole, fino all’abolizione dei testi INVALSI ed al pieno riconoscimento dei diritti sindacali per ogni organizzazione sindacale.

Alternativa Libertaria appoggia lo sciopero del 17 marzo, quale momento decisivo nel tentativo di ricostruire un movimento di lotta nella scuola in una situazione di grave clima di normalizzazione; sostiene i tanti tentativi di mobilitazione unitaria tra studenti e lavoratori/trici della scuola previsti in diverse città italiane per il 17 marzo.

Alternativa Libertaria/fdca

17 marzo 2017

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Ricostruire opposizione sociale organizzata dal basso. Costruire un progetto collettivo per l’alternativa libertaria.

Renzi è caduto. Le sue politiche no.

In Italia il 2016 si è concluso con la caduta del governo Renzi provocata da un responso referendario negativo sulla riforma della Costituzione proposta al vaglio popolare.

Se l’esito è del tutto apprezzabile, dato che è stato fermato uno dei progetti autoritari capisaldo della politica renziana e del grande capitale, gli eventi successivi (approvazione della Legge di Stabilità e nuovo governo di continuità delle politiche precedenti a fronte di nessun movimento che si alimentasse della vittoria del NO depurandolo dei tanti elementi ambigui e persino fascisti che l’ hanno contrassegnata) hanno confermato che la sconfitta di Renzi si sta trasformando in una rivincita istituzionale.

Infatti nessun segnale si avverte da parte del governo Gentiloni né sulle politiche economiche, né sul ravvedimento necessario per modificare in profondità sia il Jobs Act che la Legge 104 sulla scuola, cioè gli altri due capisaldi autoritari del precedente governo. Mentre non mancano le avvisaglie di una stretta securitaria con la proposta di istituzione dei CIE regionali e l’inasprimento delle espulsioni massa.

La “Buona Scuola” ed il Jobs Act: non bastano i referendum

Incassato il mancato raggiungimento delle firme necessarie a portare a referendum abrogativo la legge sulla scuola (un dato che contrasta molto con la valanga dei NO del 4 dicembre), il governo si concede ora ad una contrattazione mitigatrice sulla mobilità degli insegnanti; ma incombono i decreti delegati su materie come organizzazione del lavoro, retribuzioni, carriere che, sottratte alla contrattazione, non promettono nulla di favorevole per lavoratori e lavoratrici della scuola.

I quali e le quali avranno davanti a sé il duro compito di ricostruire la loro capacità di opposizione e di organizzazione dal basso, dentro e fuori i sindacati, se si vorrà evitare che il lavoro nella scuola della repubblica diventi uno strumento di controllo e di comando dello Stato.

Se questo movimento si svilupperà, con l’appoggio auspicabile anche degli studenti, avrà caratteristiche sociali e politiche che gli permetteranno di articolare il NO del 4 dicembre in un dissenso che trova il suo significato in una visione diversa della scuola e del lavoro nella scuola.

Sul Jobs Act, in attesa del pronunciamento della Corte, è iniziata da guerriglia mediatica e legale del governo che teme un altro voto ostile se si terranno i referendum abrogativi proposti dalla CGIL con oltre 3 milioni di firme raccolte.

Anche in questo caso, non è consigliabile attendere l’indizione della data del voto, bensì ricostruire un movimento di sostegno ai quesiti referendari che riesca da un lato a portare il movimento dei lavoratori ed il movimento sindacale fuori dalle secche in cui è costretto dalla nuova contrattazione imposta da associazioni padronali e Stato, dall’altro a ritessere nei territori il consenso necessario a vincere 2 volte: nel raggiungimento dei quorum prima e nella vittoria dei Sì poi.

Sarebbe un altro segnale che nel NO del 4 dicembre c’erano davvero pezzi di classe lavoratrice e tanto disagio popolare, uniti da una coscienza di lotta e di resistenza, che niente hanno a che fare con la tanta destra e padronato che -ieri ostile a Renzi- non lo sarà affatto domani nei confronti del Jobs Act.

I numeri contro la realtà delle cose

Secondo l’ultimo rapporto dell’ISTAT, il Pil crescerà nel 2017 dello 0,8%: la “crescita” sarà trainata più dalla domanda interna (+1,2%) che dalle esportazioni. Il numero dei posti di lavoro dovrebbe crescere dello 0,6% mentre la disoccupazione dovrebbe calare allo 11,3%. L’inflazione dovrebbe assestarsi allo 0,6%. Meri numeri per nascondere una realtà occupazionale ed economica sempre più grave per milioni di occupati e disoccupati come confermato dalla tante vertenze in corso contro chiusure di aziende e licenziamenti. L’aumento del prezzo del petrolio e l’inefficacia delle politiche monetarie della BCE potrebbero peggiorare ulteriormente il quadro in un contesto internazionale estremamente deteriorato dai mutamenti in atto a livello economico, militare e geo-strategico.

Strettamente correlati ai dati economici vi sono altri due fattori, abilmente usati e strumentalizzati per incutere timore e depotenziare o deviare eventuali movimenti di opposizione sociale: si tratta dell’immigrazione e del terrorismo.

Anche in questo caso occorre un’azione incessante di solidarietà e di organizzazione dal basso, associativo e sindacale, per sottrarre i lavoratori immigrati alla cultura del sospetto e del razzismo che si sta facendo sempre più strada, aumentando le condizioni di sfruttamento e di ricattabilità nei settori in cui è massimamente concentrata la forza lavoro immigrata, così come nei famigerati CIE, dove rischiano anche la morte.

Fare politica libertaria, oltre i referendum e fuori dalle urne elettorali

Tra un referendum e l’altro e l’attesa delle prossime elezioni politiche, vi sono alcune cose da fare a cui i/le militanti anarchic* e gli/le attivist* libertari* non possono sottrarsi:

  • impegnarsi nella vertenzialità nei luoghi di lavoro e nella ricostruzione della capacità di coalizione dei lavoratori nelle singole aziende e nel territori per poter gradualmente ridare forza globale all’organizzazione di massa dei lavoratori;
  • la crisi dei sindacati, tradizionali e/o alternativi, richiede comunque la nostra presenza ed il nostro presidio come iscritti, come delegati e come dirigenti eletti, per ri-costruire capacità di lotta e di rappresentanza dal basso nei posti di lavoro, nella pratica di vertenzialità;
  • ri-costruire nei territori tessuto sindacale e capacità di solidarietà sindacale a partire dalle esperienze conflittuali più avanzate di collettivi, centri sociali, coordinamenti;
  • sostenere la capacità di costruire lavoro tramite la sperimentazione di cooperative autogestite all’interno di un progetto sociale alternativo.

Le possibilità ed i soggetti di resilienza si esprimono oggi soprattutto nelle lotte nel territorio, dal diritto alla casa al diritto alla salute e ad un ambiente sano, dall’opposizione alle grandi opere inutili alle mobilitazioni contro i progetti di sfruttamento scellerato di terre, acque e mari, dall’opposizione alla aziendalizzazione dell’istruzione alle mobilitazioni contro il razzismo; dall’accoglienza dei profughi alla sperimentazione di forme di produzione e distribuzione autogestite.

In questi mesi, in queste lotte, in queste realtà il ruolo degli anarchici e dei libertari è quello di aprire i recinti, di sconfinare, di costruire ponti o trovare guadi, di collegare le realtà conflittuali, le soggettività sociali nella costruzione del potere popolare autogestionario, radicato negli interessi immediati e storici degli sfruttati.

E’ sempre più urgente recuperare capacità di coalizione e di lotta alla base nei luoghi di lavoro e nel territorio, ri-costruire strumenti e metodi di ampia partecipazione dal basso, forme di solidarietà autogestite, forme di vertenzialità conflittuali che facciano crescere coscienza e progettualità.

Per l’alternativa libertaria.

96° Consiglio dei Delegati
Alternativa Libertaria/FdCA

Fano, 7 gennaio 2017

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Referendum costituzionale e lotta di classe

Nel giro di circa 20 anni, siamo al quarto tentativo di modificare la Carta costituzionale.

Si cominciò nel 1997 con la Bicamerale di D’Alema, poi il referendum dell’ottobre 2001 sul Titolo V della Costituzione, poi quello del 25-26 giugno 2006 sull’intero ordinamento della Repubblica, ora quello previsto il 4 dicembre 2016 sulla Legge Boschi approvata dal Parlamento lo scorso aprile.

Ciò che era scaturito dalla lotta partigiana e antifascista per la libertà e l’uguaglianza, benché poi sancito in una Carta di equilibrio (o mediazione) tra i rapporti di forza in campo nel 1946-47, continua ad essere oggetto di picconate.

Ma la posta in gioco per i lavoratori e gli sfruttati oggi non è tanto la difesa della Costituzione in sé, quanto il contrastare la strategia che sta alle spalle delle leggi di modifica e le conseguenze che
potrà avere.

Una strategia che

• è funzionale al maggior profitto del capitale;
• rafforza il controllo sociale;
• concentra il potere politico in un solo partito;
• alimenta le disuguaglianze e riduce la libertà.

Quanto raggiunto dal Governo Renzi sulle modifiche alla Costituzione, dunque, è l’esito finale di un percorso che ha tentato ed ha messo mano più volte alla Carta Costituzionale, sempre accompagnato da modifiche sostanziali del sistema di voto, con lo scopo evidente di ridurre o abolire la rappresentanza politica istituzionale di interi ceti sociali e di parte importante della popolazione.

Anche in questo caso, il cosiddetto Italicum è strettamente legato alla Legge Boschi ed all’esito del referendum.

Il sistema di rappresentanza che esso prefigura riflette nei suoi aspetti essenziali logiche di dominio che nulla hanno a che vedere con forme di democrazia, anche delegate.

Il potere finanziario detta le regole del gioco, ed anche in Italia il governo non esita ad applicare i dettami dell’oligarchia finanziaria, che non ha bisogno di nessun passaggio democratico per esplicitare il proprio ruolo di potere reale.

Come vuole il capitalismo

E’ il caso di ricordare come si espresse l’agenzia finanziaria JP Morgan il 28 maggio 2013 in un comunicato inviato ai governi europei:

“I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.

I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo.”

Evidentemente, il processo di trasformazione autoritaria delle istituzioni repubblicane in Italia corrisponde a certe precise esigenze del capitale finanziario internazionale (ed italiano): incrementare lo sfruttamento della classe lavoratrice su cui scaricare tutte le conseguenze delle crisi economiche; eliminare ogni impedimento al massimo profitto; favorire le privatizzazioni e speculare sul colossale debito pubblico italiano.
Culla della Repubblica autoritaria
L’obiettivo della Legge Boschi e del voto SI al referendun è, perciò, un governo stabile e con forti poteri concentrati nelle mani del Presidente del Consiglio.
Un governo capace di imporre – senza mediazioni parlamentari – le politiche necessarie a controllare i lavoratori e le masse popolari, di approvare rapidamente le leggi necessarie a soddisfare gli interessi del capitale italiano ed internazionale.
In tal modo il governo Renzi e le forze economiche e politiche nazionali e internazionali che lo supportano, punta a spostare defintivamente i rapporti di classe a favore del grande capitale, a liquidare i diritti democratici e smantellare le istituzioni sorte dalla lotta antifascista per immobilizzare e disorganizzare il movimento dei lavoratori e le loro organizzazioni sindacali; attribuendo rango costituzionale al potere che di fatto oggi l’esecutivo già esercita.
Dopo il cambiamento della seconda parte della Costituzione, vi sarà l’attacco inevitabile alla prima parte, che già procede sul terreno politico concreto, come nel caso del Jobs Act.
Le modifiche al Titolo V riporterebbero al governo il potere su materie precedentemente attribuite alle Regioni, ovvero concorrenti, come su energia e infrastrutture.
Con lo scopo principale di riconfigurare gli assetti istituzionali per favorire la maggiore discrezionalità decisionale possibile dell’esecutivo all’interno dell’unica Camera prevista, sottraendo così potere ed autonomia alle amministrazioni decentrate su materie decisive quali il controllo e la privatizzazione del territorio (sanità, grandi opere, accordi ed arbitrati internazionali, corridoi energetici…).
La posta in gioco
La mancanza di dibattito sui temi costituzionali, surrogata da battute da bar, con slogan semplici quanto ingannevoli, propagati a più mani dai membri del governo ( ed anche da certe opposizioni), dimostra che la posta in gioco è alta.

Il sistema informativo in Italia assomiglia sempre più a quello di un paese dittatoriale (77° posto nel mondo sulla libertà di informazione) e questo deve spingere a mettere al centro della discussione questo grande spartiacque politico, che segnerà profondamente gli equilibri politici in Europa.

Le modifiche alla Costituzione hanno alla propria base la volontà esplicita di adeguare il sistema politico e la sua rappresentanza alla legge di mercato, per questo serve meno democrazia, meno partecipazione dei cittadini.

La violenza del mercato non vuole corpi intermedi e di mediazione sociale per poter espandere la propria sfera d’influenza su quel che ancora ci ostiniamo a chiamare società.

Nei “trattati economici di libero scambio” che cercano di avvenire segretamente e senza coinvolgere minimamente le popolazioni interessate, si sta decidendo di privatizzare ulteriormente la vita dei cittadini: salute, ospedali, pensione, servizi, devono essere messi sul “mercato”.

Questa è una delle ragioni fondamentali per cui in questa riorganizzazione globale si prevede un esecutivo forte, senza il coinvolgimento dei cittadini, in modo particolare di tutti noi che ne faremo la spesa amaramente in termini di qualità della vita.

Per contrastare questo disegno eversivo votare NO è utile ma non sufficiente:
occorre difendere i territori in cui viviamo dalle privatizzazioni e dal centralismo statale rafforzare i movimenti contro le grandi opere e andare oltre la dfesa della Costituzione per costruire l’autogoverno libertario del territorio

Alternativa Libertaria/fdca

95° Consiglio dei Delegati Fano, 1 ottobre 2016 www.fdca.it

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25 aprile 2016, 1 Maggio 2016 70 anni di Resistenza, 70 anni di lotte sociali

Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione in tutti i territori italiani ancora occupati dai nazifascisti.
Nel giro di 6 giorni, quasi tutta l’Italia settentrionale era stata liberata dai partigiani.
Così il Primo Maggio si festeggiarono contemporaneamente la liberazione e la giornata internazionale dei lavoratori, soppressa dal fascismo da 24 anni.
Nella storia italiana, le due date sono dunque intrinsecamente unite dai tumultuosi eventi di quella primavera del 1945: la libertà riconquistata si inverava nel 1Maggio, nella giornata della memoria dei martiri di Chicago del 1886 e della riaffermazione del movimento dei lavoratori come protagonista della lotta anticapitalista ed antifascista.
Le due giornate furono poi proclamate “feste nazionali” nel 1946.


70 anni di lotte per la libertà e l’uguaglianza

Da allora le due giornate simbolo della resistenza antifascista e della resistenza operaia sono state prima osteggiate con la violenza padronale-statale-mafiosa (si pensi alla strage del 1 Maggio di Portella della Ginestra nel 1947), poi lentamente ricondotte alla ritualità del nuovo Stato sorto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, allo scopo di sottrarre ogni spazio di autonomia alla vigilanza popolare antifascista ed alle organizzazioni operaie.
Sono stati decenni in cui quel fascismo, sconfitto militarmente, è riuscito a inserirsi ed a riprodursi all’interno dello Stato e della criminalità organizzata, fino a compiere stragi di popolo per spargere il terrore necessario ad arrestare le lotte operaie e studentesche.
Sono stati decenni in cui il capitalismo italiano ha potuto riprendere l’accumulazione di profitti, imponendo al paese dure condizioni salariali e normative.
Ma l’operazione di riduzione a memorialistica e di depotenziamento del 25 aprile e del 1 Maggio, portata avanti dalle istituzioni statali e da organizzazioni sindacali collaborative e rinunciatarie, non è riuscita a distruggere l’antifascismo ed a falsificarne la memoria, non è riuscita a piegare le lotte dei lavoratori e la loro capacità organizzativa.
Sono stati 70 anni di lotte per la libertà e l’uguaglianza.
Il 25 aprile per contrastare il fascismo oggi
Oggi che il fascismo si esprime sempre più concretamente con le politiche securitarie di Stato e con i partiti politici a vocazione razzista, con la violenza di strada contro immigrati ed attivisti e con il controllo mafioso dell’economia, il 25 aprile assume significati politici inediti.
Nelle manifestazioni locali unitarie, occorre dunque portare i temi antirazzisti della cittadinanza per tutti e delle politiche di accoglienza; occorre portare la rivendicazione della indisponibilità di spazi pubblici e di sedi pubbliche per tutte le formazioni che si richiamano al nazifascismo; occorre vigilare per denunciare le collusioni delle istituzioni con i racket fascio-mafiosi.
Occorre rendere tutto questo parte di una consapevolezza diffusa e popolare, creando reti antirazziste nei quartieri e nelle città, in uno sforzo di unità delle forze antifasciste, degno della migliore tradizione anarchica, come tra il 1919 ed il 1922.
Questo il miglior omaggio che oggi si possa fare alla memoria dei proletari che tentarono di fermare i fascisti ed alla memoria dei partigiani poi, che hanno combattuto e perso la vita per la libertà e per l’uguaglianza.
Il Primo Maggio per contrastare il capitalismo oggi
Anche il Primo Maggio, lungo la traiettoria storica che dalle origini di 130 anni fa conduce all’oggi, torna a riproporre il tema del “riscatto del lavoro” dallo sfruttamento e dal fascismo aziendale.
La soppressione di diritti, tutele e libertà sindacali, che caratterizza questa fase neoliberista del capitalismo internazionale, riguarda tutti i paesi.
La solidarietà di classe sembra scomparsa, riemergono i nazionalismi, si fa strada il razzismo, crescono le guerre di religione, aumenta nel pianeta lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo….
In questa situazione milioni di donne e uomini lottano contro ogni avversità, per i propri bisogni, nella ricerca della propria dignità.
Ed ovunque la prima risposta è quella di rivendicare il diritto di coalizione dei lavoratori nei luoghi di lavoro, il diritto di sciopero, il diritto alla sicurezza, mettere in discussione i profitti, respingere i licenziamenti ed applicare i contratti collettivi a tutti i lavoratori.
In ogni paese c’è un Jobs Act che cerca disperatamente di spezzare la capacità di lotta dei movimento dei lavoratori.
In tanti paesi le manifestazioni per il Primo Maggio vengono vietate e represse; in Italia usiamo il Primo Maggio per rilanciare organizzazione dal basso e speranza, conflittualità sindacale e fiducia.
Alternativa Libertaria/fdca

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A Bruxelles si piangono i morti, mentre i governi della UE guidano la caccia alle nostre libertà!

L’ISIS ha colpito duramente anche il Belgio.
Proprio il paese che era stato tirato direttamente in ballo dopo l’orrore degli attacchi a Parigi del 13 novembre 2015, che si era adeguato alla logica che guida gli Stati occidentali dall’11 settembre 2001 e che ha portato alla situazione attuale.
Una logica senza via d’uscita.
Da una parte, le guerre in Medio Oriente e in Africa, che stanno causando migliaia di morti in nome della “democrazia” e della “lotta al terrorismo”. Col risultato almeno apparente di un evidente caos internazionale.
Dall’altra parte, le nostre libertà e i nostri diritti subiscono forti restrizioni, mentre il discorso sulla sicurezza non fa che alimentare il razzismo. In nome della difesa del “fronte interno”, ogni giorno in più che passa si mangia un po’ di “democrazia”.

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…E TU SLEGALO SUBITO

Campagna nazionale per l’abolizione della contenzione

Comunicato di adesione all’appello

Quando le scelte produttive neoliberiste ostacolano la salvaguardia della salute, la Medicina svolge per conto del potere, una funzione di riparazione e controllo di “coloro che funzionano male”, contribuendo a creare un mercato in cui le persone con i loro bisogni diventano oggetti, numeri, clienti, e le prestazioni, merci senza che siano rimosse le cause primarie di malattia,

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