Sicurezza si, ma per chi?

SicurezzaIl primo problema del decreto sicurezza è proprio il nome, che rispecchia in sé tutti i suoi contenuti, in perfetta assonanza con le motivazioni di chi lo ha scritto e di chi lo ha approvato.

Il decreto sicurezza si occupa di rassicurare chi lo scrive e chi lo ha commissionato, i padroni e la classe dominante: serve a tenere a bada i poveri, le classi oppresse e sfruttate della nostra società. Ma la povertà e la miseria, ancora più povertà e miseria, è  ciò che fa paura anche a chi, dopo anni di precarizzazione e immiserimento, di servizi sempre più dequalificati, di accurata propaganda securitaria, vede in chi sta peggio ciò in cui rischia di ridursi, e chi vuole strappargli quel poco che ha, e che spera di conservare. Perché, anche se spesso si sbaglia nel capire di chi è la colpa, l’89 per cento delle persone a basso reddito non vede oggi alcuna possibilità, in Italia, di cambiare in meglio la propria condizione di vita… e se le cose continuano così, ha anche ragione.

Così migranti, persone in situazione di strada, ma anche e soprattutto movimenti e organizzazioni sociali che si battono per i diritti, sono i veri bersagli del decreto che porta il nome del ministro delle interiora. Si vuole, in poche ed evidenti parole, togliere ogni agibilità politica, ma anche ogni spazio di vita e di respiro, a chi lotta per i propri e gli altrui diritti, alla casa, al lavoro, alla libertà.

Decreto cattiveria

Non c’è infatti alcuna altra spiegazione sensata, sia pure ideologicamente perversa, alla cattiveria istituzionale di cui siamo costretti a prendere atto ogni giorno. Cattiveria gratuita che si esplicita ogni giorno contro donne, uomini e bambini a cui vengono sottratti libertà, dignità, diritti, persino quello medioevale di asilo e carità.

Smantellare il sistema SPRAAR, capillare e permeato dalla società civile, a favore dei CARA è almeno un evidente favore alle mafie, non solo dell’accoglienza. Gli sgomberi abitativi possono essere ammantati di un ritorno a una legalità formale (che ovviamente sa sempre bene dove fermarsi). La guerra giudiziaria alle ONG può passare come forma di contrattazione nazionalista e muscolosa, per quanto sulla pelle e sulla schiena di persone in cerca di fortuna. Ignobile, ma plausibile. Ma il pervicace accanimento razzista sempre più capillare, dall’esclusione delle famiglie straniere dalle misure di sostegno al reddito all’aumento delle tasse indirette sui trasferimenti di denaro all’estero per le piccole cifre, il carcere per i mendicanti e per chi cerca di sopravvivere anche in queste condizioni, la guerra ideologica a chi cerca, anche dentro il perimetro sempre più angusto della legalità, di far sopravvivere qualche barlume di umanità e di buon senso, è ormai manifesto. Nel mezzo, tra una fake e l’altra, si rafforza il daspo urbano contro gli attivisti sociali, si prevedono anni di carcere per chi occupa case e si procura un tetto, anni di galera per chi partecipa ed organizza picchetti, blocchi stradali, ferroviari. E non è più, solo, una guerra di distrazione di massa, ma il disegno cinico e a media scadenza di un’alleanza elettorale che è riuscita far tornare i poveri una classe socialmente pericolosa, da incarcerare, e da controllare. Il razzismo diffuso serve a far credere che è il colore della pelle, la religione, i modi di vivere e la propria cultura che dividono le persone, ma niente è più falso: non è per il colore della  pelle, ma per la propria condizione sociale.

L’Italia così com’è oggi, di destra e fascista, sempre più povera, ignorante, incapace di cogliere il nesso che esiste, sempre più palese, tra le scelte propagandistiche e autoritarie del governo attuale e le ricadute sociali che già si percepiscono, l’Italia che rincorre il nazionalismo, sinonimo di impotenza e di ignoranza, è il paese capace di credere che prevedere la detenzione per i mendicanti, eliminare la protezione umanitaria, solitamente concessa a chi scappa da situazioni di catastrofi naturali, discriminazioni, estrema povertà e violenze subite da molte donne, ci renda tutti e tutte più sicure. E incapace di svelare l’assoluta pochezza di questo governo su tutto quanto non sia pura propaganda.

E la sicurezza sulla salute?

Ad esempio, tra gennaio e ottobre 2018 l’Inail ha registrato 945 morti sul lavoro. Quasi il 10% in più dei primi 10 mesi del 2017. Senza poi parlare delle 534.605 denunce complessive di infortunio anche qui, sempre in crescita. Eppure, annunciando l’insediamento dell’ennesimo «Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro» la ministra Grillo sembra preoccupata soprattutto delle aggressioni subite dal personale medico, peraltro capro espiatorio di una sanità pubblica allo stremo. Unica nota in merito pervenuta in un anno sull’argomento dal governo, comunque. Però, tra una foto del premier con il caschetto e una con un panino, il contributo del decreto sicurezza è quello di rendere i lavoratori ancora più ricattabili di fronte a una macelleria di carne umana utile al profitto di costruttori e imprenditori, che risparmiano e guadagnano sulla vita delle persone. E ancora non si capisce chi dovrà ricostruire il ponte di Genova….

Altro esempio: nel 2017 sono state segnalate 3.443 nuove diagnosi di infezioni da HIV: come attività di prevenzione si illumina il pirellone a milano, ma non solo il governo boccia la proposta di legge destinata alla distribuzione gratuita di preservativi alla popolazione sotto i 26 anni, ma fa una squallida operazione di disinformazione accusando gli stracci di quattro disperati salvati dal mare di poter trasmettere il contagio, una bufala che si aggiunge agli innumerevoli pregiudizi volti a creare stigma sociale, invece che una sana politica di prevenzione, unica risposta contro HIV e AIDS.

Di fronte a un aumento del femminicidio e delle violenze sulle donne si chiudono e si sfrattano i centri antiviolenza, si fa propaganda razzista e si blatera di diritti dei padri a poter vedere i figli quando vogliono (ovviamente, solo da separati: prima si aboliscono i congedi parentali a loro concessi).

Nel frattempo, non una sola misura reale di sostegno al reddito, al lavoro, ma i soliti pacchi fatti di condoni, edilizi e fiscali.

Perché, se questo decreto garantisce una sicurezza, è la sicurezza dello sfruttamento, nel creare masse di clandestini ancora più ricattabili, negando ai movimenti sociali di poter agire per esigere una vita migliore. La sicurezza di poter discriminare e sottrarre alle donne e soggettività LGBT i piccoli spazi di diritto all’esistenza duramente conquistati negli ultimi anni.

Re-agire uniti

Ma se il Ministro con il suo decreto repressione mette assieme diverse lotte e questioni che negli ultimi anni la sinistra (quella vera, che si trova tra le strade e i quartieri, non quella del parlamento) ha combattuto separatamente, a maggior ragione bisogna impegnarsi per unire il disperso, organizzare il disorganizzato, ritrovare la spinta per massificare la ribellione e realizzare la costruzione di un’alternativa sociale e politica reale, solidale, giusta.

Ce n’è per tutte e tutti noi.

Per chi fa sindacato: (sia pure nelle diverse declinazioni) mantenere la bussola almeno nella difesa antirazzista e antifascista, che costruisca nei posti di lavoro un argine al razzismo e al fascismo dilagante, che difenda l’agibilità delle lotte sostenendo con solidarietà gli attacchi padronali anche al di là delle sigle di appartenenza, per riconquistar reddito, garanzie, sicurezza.

Per chi fa parte della società civile: non solo cercare di tamponare il disastro umanitario che sta per riversarsi nelle nostre disgraziate periferie, ma continuare ad alzare la voce pretendendo il rispetto dei diritti fondamentali, per ricostruire un fronte anche morale di resistenza.

Per gli operatori sociali e sanitari: opporsi alle misure discriminatorie e agire, in coscienza, di conseguenza.

Per tutti i militanti e gli attivisti di classe, libertari e solidali: dobbiamo essere capaci di costruire e ricostruire momenti di lotta ma anche strumenti di mutualismo e di solidarietà che ci mettano in grado di difenderci dalle miserie morali e materiali della distopia in cui ci stanno imprigionando. Senza temere le contraddizioni di classe, rimboccarsi le maniche e lavorare non solo per compattare l’opposizione sociale ma sopratutto per massificare tale opposizione, rompendo l’isolamento e l’accerchiamento che la sinistra soffre, in parte per l’azione del nemico ma in parte anche per una tendenza a chiudersi nei propri punti di riferimento. Trasformare la società esige anche spogliarsi dai pregiudizi e riuscire ad affrontarli, a tradurre le nostre analisi in prassi e discorsi condivisi, a disputare con efficacia il consenso coinvolgendo anche  persone  fino ad ora mai organizzate, che non si sono mai occupate di politica. In poche parole quindi, costruire la coscienza di classe,Perchè  anticapitalisti e antifascisti non si nasce, si diventa. 

Le macerie materiali, e morali, non ci spaventino, siamo noi classe lavoratrice che abbiamo costruito e facciamo funzionare le macchine di questo mondo, e anche di questo paese. Dobbiamo proteggere il mondo nuovo che portiamo nei nostri cuori, il mondo in cui razzisti, fascisti e padroni non abbiano spazio, in cui la solidarietà e il mutuo aiuto siano la risposta alla povertà e all’esclusione. Un mondo che cresca ad ogni istante, che si affermi e realizzi all’interno dell’autogestione delle lotte che prepara l’autogestione della società.

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STORIA DI UN ANARCHICO

Arci Persichello – Domenica 16 dicembre – ore 18

Storia di un Anarchico – spettacolo teatrale di e con Fabrizio Caraffini e Luca Pozzoli

Data unica!

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CONTRO LA MATTANZA – GIORNATA ANTIMILITARISTA A PERSICHELLO

CONTRO LA MATTANZA – LE RAGIONI DEI DISERTORI DELLA GRANDE GUERRA

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✯ Domenica 4 novembre dalle 11.00 – Arci Persichello in collaborazione con Alternativa Libertaria / FdCA Federazione Cremonese

La Prima Guerra Mondiale è stata anche una storia di diserzioni. A Caporetto e a Vittorio Veneto migliaia di soldati delle due parti abbandonarono l’esercito: erano stati mandati a combattere una guerra voluta da borghesi, padroni e intellettuali fanatici. Innumerevoli e spesso dimenticate dalla storia ufficiale furono le rivolte, gli ammutinamenti, i sabotaggi.

✓ ore 11:00: Ne parliamo con Marco Rossi, autore di “Gli ammutinati delle trincee – dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale, 1911-1918”

✓ ore 12:30: Pranzo a cura della Cascina delle Cingiallegre

✓ ore 16:00: “Senza una buona notte”, di e con Fabrizio Caraffini. Spettacolo Teatrale a cura di “TeatroItineranteproduzioni”

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Marco Rossi è da tempo impegnato nella ricerca storica sulle vicende del movimento operaio dopo la Prima guerra mondiale, con particolare attenzione verso l’antifascismo anarchico. Con BFS edizioni ha dato alle stampe “Avanti siam ribelli. Appunti per una storia del Movimento anarchico nella Resistenza” (Pisa, 1985) e la prima edizione di “Arditi, non gendarmi! Dall’arditismo di guerra agli Arditi del popolo 1917-1922” (Pisa, 1997). Con altri editori ha pubblicato: “Il conto aperto. L’epurazione e il caso di Codevigo: appunti contro il revisionismo” (Padova, 1997), “I fantasmi di Weimar. Origini e maschere della destra rivoluzionaria” (Milano, 2001) e “Ribelli senza congedo. Rivolte partigiane dopo la Liberazione, 1945-1947” (Milano, 2010). La nuova edizione 2011 di “Arditi, non gendarmi!” è stata completamente rivista e ampliata dall’autore.

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Cascina delle Cingiallegre: un’esperienza comunitaria resistente
https://cascinadicingia.wordpress.com/page/1/

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Fabrizio Caraffini, attore poliedrico e militante

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• INGRESSO CON TESSERA ARCI 2018/2019 •
Durante la giornata sarà possibile sottoscrivere la nuove tessera.

Arci Persichello, L.go Ostiano 72, Persico Dosimo (CR)

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Solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori della Medtronic

Nel pomeriggio di giovedì 12 Luglio siamo stati al Presidio Medtronic-Invatec a portare solidarietà e sostegno alle lavoratrici e lavoratori in lotta.

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Solidarietà a RI-MAKE

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Ancora uno sgombero, ancora uno spazio di socialità, aggregazione e mutualismo che viene sottratto alla collettività per tornare nelle mani di speculatori e palazzinari senza scrupoli.

Questa mattina, mercoledì 30 maggio, lo Spazio di Mutuo Soccorso Ri-Make è stato sgomberato.

Un’esperienza di appropriazione collettiva che nasce 4 anni fa, nel bel mezzo della crisi economica, recuperando uno stabile abbandonato da decenni e rendendolo alla comunità ( ex sede della Banca Nazionale del Lavoro) del quartiere Affori, periferia nord di Milano, proponendo un progetto politico autogestito e autorganizzato che negli anni ha visto nascere una mensa popolare, un mercatino biologico, una sala studio, una sartoria e decine di altri laboratori a disposizione di chiunque ne avesse necessità.

Un luogo liberato dalle logiche di mercato e del capitalismo predatorio, ed è proprio per questo che fa paura, viene espulso come un corpo estraneo dai processi di gentrificazione, che “attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati”, come riportato sul decreto legge sulla sicurezza e il decoro urbano, creano un modello di città vetrina, emanando daspo urbani e sgomberando luoghi di aggregazione e socialità.

Anche in un momento difficile come quello dello sgombero, le compagne ed i compagni di Ri-Make hanno ricevuto la solidarietà attiva di coloro i quali da via Astesani sono passati, ne hanno vissuto gli spazi ed hanno dato una mano nel creare un punto di riferimento per il quartiere e non solo. E’ per questo motivo che Ri-Make deve continuare ad esistere e a resistere.

Alternativa Libertaria è solidale con le compagne e i compagni di Ri-Make.

(immagine tratta dalla pagina Facebook di RI-MAKE)

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CIAO MONIA

La compagna Monia Andreani della sezione di Pesaro/Fano di Alternativa Libertaria/FDCA ci ha lasciato improvvisamente.
La ricorderemo per sempre portando avanti le lotte in cui credeva, per la costruzione di un’alternativa libertaria a questa società.

Ciao Monia.

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Mario Coppetti

La scomparsa del prof. Mario Coppetti rappresenta una grande perdita per il mondo della cultura e dell’arte locale, per la sinistra storica, per l’antifascismo e per la comunità cremonese in generale.

L’abbiamo incomodato nel settembre 2014 sollecitando la sua personale testimonianza, nel quadro della ricerca storica in corso sull’anarchismo cremonese, in merito alla figura del compagno Pompeo Masuello. Non ha esitato un momento, ricevendoci nella sua casa-atelier di via Chiara Novella, per renderci tale prezioso contributo.

Superfluo non solo rievocarne il talento di scultore, ma anche evidenziare l’inconsueta e acclarata longevità intellettuale, corporea e intellettiva del Professore: davvero sorprendente per chi ne era al cospetto!

La federazione provinciale di Alternativa Libertaria-Federazione dei Comunisti Anarchici si unisce al cordoglio di familiari, compagni ed amici dello scomparso.

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Primo Maggio 2017 PER UNA TRASFORMAZIONE AUTOGESTIONARIA DELLA VITA SOCIALE

Quando, l’1 Maggio 1886, la Federazione dei Lavoratori di USA e Canada proclamò lo sciopero generale per le 8 ore di lavoro, la prima reazione delle/gli anarchici di Chicago fu quella di giudicare lo sciopero generale come insufficiente. Ma si resero successivamente conto della necessità di sostenere lo sciopero, in quanto furono capaci di vedere nella lotta per le otto ore non solo una semplice riforma, ma una profonda discontinuità col sistema capitalistico.

Gli slogan che si riferivano a 8 ore di lavoro, 8 ore per il riposo e 8 ore di tempo libero, coinvolgevano in quest’ottica il bisogno di coloro che lottano per farsi carico della propria vita, di scegliere qual è il senso del tempo, il senso del lavoro e della vita sociale in generale. Per questo nella campagna dei primi mesi del 1886, furono gli anarchici che pronunciarono i più ardenti discorsi contro l’ordine costituito e per la costruzione di una società di uguali, davanti a migliaia di scioperanti che si erano mobilitati negli Stati Uniti.

La feroce repressione e la persecuzione da parte dello Stato cadde su proprio su coloro che si erano mobilitati in quei giorni lasciando diversi morti e imprigionando quelli che in seguito divennero noti come i martiri di Chicago.

In oltre 130 anni di dominio da quel 1 Maggio 1886, il capitalismo ha raggiunto una globalizzazione senza precedenti. Ha esteso la sua politica neoliberista su gran parte del pianeta. Le sue organizzazioni internazionali agiscono con coerenza travolgente a beneficio di un piccolo gruppo di potenti, e per la frammentazione di ogni forma di resistenza. Distruggono il mondo del lavoro, i legami di solidarietà, la vita sociale, incrementano lo sfruttamento e peggiorano le condizioni di lavoro, creano enormi masse di povertà e di indigenza in tutto il mondo, reprimono le lotte sindacali e disincentivano la creazione di sindacati nei posti di lavoro.

In questa fase di grande difficoltà per milioni di lavoratori e lavoratrici perseguitati dalle guerre guerreggiate e dalla devastante ristrutturazione capitalistica in atto da 10 anni, dobbiamo costruire una strategia di rottura con il sistema di dominio. Per fare questo abbiamo bisogno di organizzare, in tutte le sfere della vita sociale una trasformazione radicale. In questo senso la costruzione di una forza capace di autogestione sociale è indispensabile se vogliamo sconfiggere le classi dominanti, per difenderci dai meccanismi economici e dalle istituzioni che ci opprimono con le politiche securitarie nonchè rafforzando le gerarchie sociali di comando e obbedienza.

E’ necessario costruire e partecipare in tutto il mondo a organizzazioni di classe che si oppongono al neoliberismo, che lottano contro la precarizzazione e le forme di distruzione della vita sociale: non bastano improbabili riforme bensì occorre un ribaltamento della prospettiva di vita e di organizzazione sociale in nome della solidarietà, della partecipazione, della soggettività individuale e collettiva che è in costante conflitto con il sistema capitalistico.

Il comunismo anarchico è la prassi storica degli oppressi, che si traduce nella costruzione di un progetto sociale che propone il primato della autogestione a tutti i livelli della vita sociale: questo è il percorso che abbiamo scelto per costruire un mondo senza dominio, per costruire questo orizzonte di libertà e, come i martiri di Chicago, come i tanti compagni e le tante compagne che nella nostra storia hanno dedicato la loro vita a questo, ora spetta a noi trovare il modo di impegnarci e lottare per questa causa. Qui ed ora.

Alternativa Libertaria/fdca

1 maggio 2017

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SULLE QUESTIONI ETICHE E POLITICHE INERENTI LA FINE DELLA VITA

Oggi è diventato via via sempre più importante nel dibattito etico e politico sulle questioni di salute, il tema delle fasi finali della vita per due motivi principali. Il primo è di carattere economico e tecnologico, il secondo sociale-filosofico. Si vive sempre più a lungo attraversando diversi livelli di cronicizzazione delle malattie che colpiscono le persone nell’arco della loro vita.

  1. La tecnologia che abbiamo a disposizione in modo standardizzato per continuare a vivere è costituita da ausili molto avanzati ma anche facilmente accessibili in paesi come l’Italia perché garantiti a diversi livelli dal Sistema Sanitario Nazionale. I costi della gestione economica della cronicizzazione di patologie importanti sono elevati e per far fronte alle dotazioni di base si tiene in secondo piano la grande questione della qualità della vita, giungendo in alcuni casi al paradosso dell’obbligatorietà delle cure, somministrate anche con l’uso della contenzione chimica, meccanica e ambientale. La qualità della vita è un valore collettivo – oggi è considerato un desiderio individuale – per cui la vita in quanto tale è e rimane un valore comune, ma una vita buona, una vita soddisfacente, una vita di qualità è considerata un privilegio, un valore individuale, un di più che ciascuno può volere ma che si dovrebbe anche pagare. I processi di privatizzazione della salute passano anche attraverso alcuni dettami culturali, uno di questi è quello che separa la vita di qualità dalla vita in quanto tale.

  2. L’altro elemento che influisce in modo determinante nelle questioni etiche sul fine vita è dato dalla totale alienazione della morte dalla nostra prospettiva sociale. Il morto o chi sta per morire è un invisibile, un indesiderato. La morte – che fa parte della vita e del suo svolgimento – una volta considerata dai saggi come un punto di arrivo di una intera esistenza che andava vissuta con consapevolezza, è oggi un momento occultato e privato. Chi sta male, chi ha malattie inguaribili secondo la medicina attuale, chi vive processi di cronicità che lo portano ad essere gravemente disabile, è considerato una persona che non ha per sé e per gli altri alcuna utilità, una persona che ha bisogno di molte risorse per essere mantenuta in vita, una persona a perdere, come un guscio vuoto, attorno a lui si sviluppano processi di colpevolizzazione impliciti e sono noti a tutte e a tutti gli appellativi di “vegetale” che vengono dati per descrivere diverse e variegate condizioni di disabilità – dalla tetraplegia al coma vigile.

Buona morte o buona qualità di vita

Ragionare oggi sui processi che riguardano la fine della vita significa, diversamente da quanto preso in considerazione nei dibattiti incentrati su autodeterminazione delle scelte ed eutanasia come buona morte, ragionare sui sistemi di welfare sanitario che debbono garantire la qualità della vita a tutte le persone per tutto il tempo in cui la loro vita è da loro stessi considerata degna di essere vissuta, in una situazione di continuo monitoraggio sulle condizioni psicologiche e di accettazione della malattia e sui desideri possibili e realizzabili per le diverse condizioni di dipendenza che si vivono nella vita. Non si può davvero sapere quando si è sani cosa si vorrà rispetto alla propria vita in una situazione di molto mutata, la vita può continuare e può essere di qualità se ci sono gli strumenti e se le persone care sono messe nella condizione di poter vivere insieme alla persona malata senza che questa sia una condanna alla povertà, all’infelicità e alla fine della vita attiva di tutti.

Buona morte e rischio di eutanasia di stato e capitalista

Il rischio a cui siamo di fronte è di enorme portata culturale. Sostenendo solo le proposte di eutanasia o sviluppando una cultura solo incentrata sulla buona morte – senza ragionare sulle cure materiali e sulle relazioni umane di cura per le persone gravemente malate che vorrebbero o potrebbero essere sostenute, curate e amate per poter ancora vivere – si accolga in modo passivo quello che ormai è evidente come un diktat del capitalismo: il diritto di vivere bene è solo appannaggio di chi se lo può permettere perché è in grado di farlo economicamente1. Non dimentichiamoci che il programma di eutanasia di stato del Nazismo, che poi fornì la base per la Soluzione Finale di milioni di persone (ebrei, zingari omosessuali, lesbiche, oppositori politici), nacque e si sviluppò in un clima culturale-scientifico impregnato di eugenetica. Era “eticamente” accettabile far terminare le sofferenze delle persone considerate indegne di vivere perché profondamente danneggiate dalle loro disabilità cognitive su base genetica e psichiatrica, presentate come profondamente infelici. Ci furono genitori che portarono di persona i loro figli a morire perché li amavano e non volevano più “vederli” soffrire. Il carico della loro assistenza era presentato anche come peso economico di un sistema di welfare che doveva sostenere chi non aveva alcun valore per la collettività, soprattutto in un momento di crisi economica e di investimenti delle risorse per tecnologie di guerra.

Consapevolezza, Consenso, Autodeterminazione

Oggi in Italia ci sono strumenti legislativi che hanno al centro il rispetto delle decisioni personali in merito alla fine della vita. La Costituzione Italiana nel suo Articolo 32, il Codice di Deontologia Medica, i testi scientifici e le prese di posizione degli Ordini sull’accesso alle cure palliative e sulla sedazione palliativa e continuata (terminale) sono ormai strumenti fondamentali, molto noti e accurati in ambito sanitario e le prassi cliniche che si svolgono sempre più in modo capillare sul territorio nazionale li hanno recepiti. Il processo culturale che pone al centro il rispetto della persona nelle fasi finali della vita è sempre di più acquisito dalla classe medica e dalle professioni sanitarie. I punti controversi di qualsiasi Legge che si voglia approvare su questi temi, rimangono sempre relativi alle responsabilità e quindi al potere decisionale in caso di emergenza o di rimozione di ausili vitali impiantati in emergenza: il medico deve rianimare oppure NO un malato di SLA che ha deciso di non accedere alla tracheostomia e alla ventilazione meccanica? Anche se questa persona arriva in un reparto di emergenza? Queste domande, dirimenti da un punto di vista penale, sono questioni etiche di fondo che dividono e continueranno a dividere il paese a livello ideologico se trattate come merci di scambio o trasformate in baluardi identitari, invece di essere lasciate alla conciliazione e alla definizione di percorsi individuali basati sulle scelte, sui desideri e sul rispetto delle persone coinvolte. Quello che una Legge sulle direttive anticipate di trattamento, anche la migliore Legge possibile, continuerà a non risolvere è il fatto che se la struttura del sistema sanitario, gestita su base regionale, continuerà a finanziare l’attività di cura privilegiando gli Ospedali, sarà in grado di sostenere solo marginalmente i servizi territoriali pubblici, garantendo con difficoltà una gestione domiciliare di qualità alle persone che sono alla fine della loro esistenza e a chi le assiste a casa.
Senza piani di finanziamento di processi di continuità assistenziale per le persone inguaribili e vicine alla morte (che abbiano al centro i processi decisionali e quindi la comunicazione chiara e accurata di ogni momento di sviluppo della malattia) non è possibile portare ad un buon livello di sviluppo tutte le competenze di relazione di cura: tra pazienti, caregivers, medici di medicina generale, personale infermieristico e tecnico sanitario territoriale. E tali competenze sono fondamentali per garantire la qualità della vita fino al momento di accedere – per chi lo ha scelto – alla sedazione palliativa continuata e terminale, prima, ad esempio, che un problema respiratorio conduca direttamente in un Dipartimento di Emergenza e interroghi i medici sulla scelta di praticare la rianimazione e la tracheostomia, oppure no. Questo è il principale punto di criticità, sostanzialmente non risolvibile in termini definitivi da una Legge, se non con la depenalizzazione di alcuni reati.

Siamo per percorsi di buona cura in cui la fine della vita sia parte della vita

Occorre promuovere una campagna di maggiore sensibilizzazione per programmi politici di welfare sanitario che abbiano al centro la ridistribuzione delle risorse sul territorio per favorire economicamente lo sviluppo da parte dei contesti socio-sanitari diversi, di percorsi di buona cura in cui la fine della vita sia parte della vita e sia affrontata da tutti gli attori in modo consapevole e qualitativamente soddisfacente. Questo è possibile solo di fronte a relazioni di cura in cui ci sia una distribuzione di potere e di responsabilità in merito alle scelte e questo si costruisce solo in termini orizzontali, tra persone che si conoscono, si incontrano, si confrontano e decidono insieme in un clima di mutua fiducia. Solo questo sarà il modo per portare a termine un percorso legislativo e una programmazione che avrà come obiettivo la più corretta distribuzione delle risorse e il maggiore rispetto per le scelte di ciascuna e di ciascuno, che sono sempre scelte svolte in un dato contesto relazionale, sociale ed economico.

1 Il neoliberismo prevede anche un diritto alla cura solo per chi si è comportato bene, non danneggiando la propria salute (evitando fumo, alcol, droghe, eccessi alimentari, sedentarietà) dimenticando i determinanti delle malattie insiti nell’ambiente di vita e lavoro (inquinamento dell’aria, acqua, alimenti, stress lavoro correlato, infortuni ecc.); sarà questo uno dei motivi per cui non si investe nella vera prevenzione?

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Lager Minniti

Il decreto numero 13 del 17 febbraio 2017 – recante “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale” prevede l’apertura dei Cie (ex Cpt), rinominati in Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio), in tutte le regioni.

CIE, i lager italiani del XXI secolo

Istituiti con l’articolo 12 della legge n.40/1998 e divenuti Cie con il decreto legge n.92/2008 (“Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”), i Centri sono stati da sempre sotto osservazione, contestazione e vigilanza militante per violenze e abusi, fino a essere considerati dei veri e propri lager come il “Regina Pacis” di Lecce, luoghi dove si violano sistematicamente i diritti umani, dove si alimenta il racket degli appalti.

Dopo l’inizio della guerra in Libia (decreto Maroni del 2011), c’era stato un superamento dei Cie con la costituzione dei Cas, e successivamente degli hotspot (centri di identificazione in cui la polizia italiana sarà coadiuvata da funzionari delle agenzie europee Europol, Eurojust, Frontex ed Easo). Strutture contro cui si sono levate denunce per violazioni dei diritti umani, violenze e abusi. A Bologna è prevista la riapertura del Centro di Via Mattei, un luogo da orrori quotidiani, dove le persone vittime della Legge Bossi-Fini venivano private della libertà e della dignità, punite anche con violenze e abusi polizieschi per un reato che non hanno commesso.

La condizione di reclusione senza colpa degli immigrati subisce, nel decreto Minniti, un’ulteriore peggioramento impedendo ai richiedenti asilo di ricorrere in appello – ma solo direttamente in Cassazione – e saranno istituite sezioni specializzate nei tribunali. Una scelta indubbiamente discriminatoria sul piano delle garanzie.

Comportati bene se no ti butto fuori dalla città

Ma, insieme al decreto numero 13 del 17 febbraio 2017 è in discussione in Parlamento anche un secondo decreto, il numero 14 del 20 febbraio 2017, su “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”. Esso stabilisce, tra le altre norme, che possano essere allontanate per la “tutela ed il decoro di particolari luoghi” persone la cui “colpa” potrebbe essere il non avere una fissa dimora, introducendo una sorta di mini-Daspo urbano, rinforzando i poteri dei sindaci in tema di ordine pubblico. Un provvedimento, che prima ancora di essere convertito in legge, viene già applicato in termini repressivi come nel caso dei fogli di via comminati a decine di manifestanti di Eurostop dopo la manifestazione del 25 marzo, oppure quasi anticipato dal sindaco di Roma, che ha annunciato un nuovo regolamento comunale con divieti e multe per chi rovista nei cassonetti.

La fusione tra i due decreti crea un mix che andrà a colpire poveri e persone ai margini della società, operando una vera e propria criminalizzazione degli ultimi e di chi ne difende i diritti.

E’ necessaria la mobilitazione delle tante associazioni che operano in questo campo, delle organizzazioni sindacali e di tutta l’opposizione sociale e politica a leggi discriminatorie e repressive come queste per arginare una pericolosa sottrazione di diritti insieme ad una repressione per via amministrativa finalizzata alla distruzione delle libertà e delle garanzie ancora vigenti.

Alternativa Libertaria/fdca

6 aprile 2017

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