Quello che non si sa della Siria: auto-organizzazione e presenza anarchica. Intervista a Nader Atassi

mashriq / arabia / iraq | movimiento anarquista | entrevista Sunday September 08, 2013 02:02 by Joshua Stephens
Nader Atassi è un ricercatore politico e scrittore siriano originario di Homs che attualmente vive tra gli Stati Uniti e Beirut. Scrive sul suo blog, Darth Nader, facendo riflessioni sugli eventi della rivoluzione siriana. L’abbiamo intervistato per discutere della presenza anarchica in Siria e delle prospettive di un intervento degli Stati Uniti.
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Quello che non si sa della Siria: auto-organizzazione e presenza anarchica.
Intervista a Nader Atassi

Mentre gli Stati Uniti spingono per un intervento in Siria, praticamente la narrazione disponibile ruota solo intorno al brutale regime di Bashar al-Assad e al ruolo di elementi islamici nella resistenza. Inoltre, il dissenso verso la posizione degli Stati Uniti è legato all’apparente contraddizione per gli USA di fornire sostegno ad Al Qaeda ed entità correlate, che cercano di rovesciare il regime, come se essi rappresentino l’unica forza prevalente contro la dittatura vigente. Ma, come Jay Cassano ha scritto di recente sulla rivista di tecnologia Fast Company, la rete di resistenza disarmata e democratica contro il regime di Assad è così ricca e varia che si è riusciti a rappresentarla attraverso una mappa interattiva cibernetica. Gli scritti e le comunicazioni degli anarchici siriani hanno avuto una grande influenza sulle altre lotte arabe, come ad esempio, il ricordo degli anarchici torturati nelle prigioni di Assad in documenti palestinesi e nelle manifestazioni per i prigionieri politici palestinesi effettuate contro Israele. Sono due le componenti essenziali di questo risultato su cui vale la pena riflettere attentamente: il modo in cui, sempre più, gli anarchici nel mondo arabo prendono posizione e sollevano critiche che mettono a nudo le contraddizioni alla base delle giustificazioni della politica estera degli Stati Uniti, e lo scambio continuo tra i movimenti anti-autoritari nel mondo arabo che non cercano e tuttavia resistono senza la mediazione di riferimenti occidentali.

– Gli anarchici sono stati attivi e hanno scritto sulla rivoluzione siriana fin da quando è iniziata. Ma che tipo di attività è stata svolta in precedenza? C’era un tessuto di influenza generato dall’anarchismo siriano?

A causa della natura autoritaria del regime siriano c’era sempre molto poco spazio per operare prima che la rivoluzione iniziasse. Eppure, per quanto riguarda l’anarchismo nel mondo arabo, molte delle voci più importanti sono state siriane. Anche se non c’erano organizzazioni esplicitamente “anarchiche”, blogger siriani e influenti scrittori anarchici hanno cominciato ad essere sempre più prominenti sulla “scena” almeno negli ultimi decenni. Kamalmaz Mazen è un anarchico siriano che ha scritto molto negli ultimi anni. I suoi scritti contengono molta teoria anarchica applicata a situazioni contemporanee e la sua era già una voce importante nell’anarchismo del mondo arabo molto prima che la rivolta iniziasse. Sono numerose le sue pubblicazioni in lingua araba e di recente ha tenuto un discorso in un caffè del Cairo, dal titolo “Che cos’è l’anarchismo?”

In termini organizzativi, la situazione è molto diversa. Nel difficile contesto di un regime autoritario, molti hanno dovuto essere creativi e sfruttare le aperture che portavano ad organizzare qualche tipo di movimento e questo ha portato a una modalità organizzativa decentrata di fatto. Ad esempio, i movimenti studenteschi emersi nelle università siriane durante la seconda Intifada palestinese e la guerra in Iraq. Questo tipo di malcontento popolare è stato consentito dal regime. Hanno organizzato le proteste contro la guerra in Iraq e in solidarietà con l’Intifada palestinese. Anche se il Mukhabarat aveva degli infiltrati e controllava molto da vicino questi movimenti, questi erano un’eruzione studentesca spontanea. E anche se gli studenti erano ben consapevoli di essere monitorati da vicino (a quanto pare il Mukhabarat soleva seguire i cortei prendendo nota delle parole d’ordine o delle scritte), utilizzavano questo piccolo spazio politico che gli era stato dato per poter agire e affrontare gradualmente i problemi del paese all’interno delle proteste ben viste dal regime per le questioni estere sgradite.

Uno degli episodi più audaci è successo quando gli studenti dell’Università di Aleppo in segno di protesta contro la guerra in Iraq, hanno esibito cartelli con lo slogan “No alla legge d’emergenza” (la Siria è in legge di emergenza dal 1963) . Tali azioni non avevano precedenti. Molti studenti che erano emersi spontaneamente come organizzatori carismatici prima dell’inizio della rivolta sono scomparsi rapidamente dalla rivolta in corso. Il regime era diffidente verso le reti di attivisti che si erano create come risultato dei movimenti precedenti ed ha subito iniziato il giro di vite contro attivisti pacifici che potevano rappresentare una minaccia (mentre allo stesso tempo si è mostrato più tollerante verso le reti jihadiste, tanto che centinaia di questi jihadisti sono usciti dalle carceri alla fine del 2011). L’Università di Aleppo è ben nota per il suo movimento studentesco favorevole alla rivolta, tanto che è conosciuta come la “Università della Rivoluzione”. Inevitabile che il regime si concentrasse sull’Università, uccidendo molti studenti della Facoltà di Architettura.

– Recentemente hai scritto sul tuo blog dell’eventuale intervento degli Stati Uniti come una sorta di corollario all’intervento iraniano e russo a favore di Assad e della presenza islamica nei movimenti rivoluzionari. Come ultimamente è successo in Egitto, gli anarchici compaiono come una voce distinta dai poli contrapposti all’interno della copertura mediatica prevalente – una voce che privilegia l’ autodeterminazione. E’ così?

Sì, ma occorre anche chiarire alcune cose. Nel caso della Siria, ci sono molti che corrispondono a questa descrizione, non solo gli anarchici, ma anche i trotzkisti, i marxisti, gente di sinistra e anche alcuni liberali. Inoltre, questa iterazione dell’autodeterminazione è basata su idee di autonomia e di decentramento, e non nella nozione wilsoniana di “un popolo” con un tipo di autodeterminazione centralizzata e nazionalista. Si tratta di vedere se i siriani siano in grado di determinare il proprio destino non in un unicum nazionalista ma a livello micro-politico. Ad esempio, l’autodeterminazione siriana non significa un unico percorso che tutti i siriani debbano seguire, ma ogni persona determina il proprio percorso senza l’intervento di altri. Quindi, in questa concezione, i curdi siriani, per esempio, hanno anche il diritto alla piena autodeterminazione piuttosto che costringerli ad una identità siriana arbitraria e dire che tutte le persone che sono sotto questa identità hanno un solo destino.

Quando si parla di partiti, come nel caso del regime, ma anche degli alleati stranieri e degli jihadisti contrari alla autodeterminazione siriana – non è perché vi sia una narrazione di autodeterminazione siriana e di jihadisti che sono contro. Invece, il regime vuole imporre la propria narrazione a tutte le altre persone. Il regime funziona e ha sempre lavorato contro l’autodeterminazione siriana perché mantiene tutto il potere politico che si rifiuta di condividere. Gli islamici lavorano contro l’autodeterminazione siriana, non perchè siano islamici (cosa per la quale gli si oppongono i liberali), ma perché hanno una visione di come la società dovrebbe funzionare e vogliono imporla agli altri con o senza consenso. Gli alleati del regime di Assad, l’Iran e la Russia, e diverse milizie straniere sono contro l’autodeterminazione della Siria, perché sono determinati a sostenere questo regime in quanto hanno deciso che i loro interessi geopolitici debbano sostituirsi alla decisione dei Siriani di scegliersi il proprio proprio destino.

Quindi sì, i media cercano sempre di far credere al popolo che bisogna scegliersi un binario. Ma la rivoluzione siriana è scoppiata perché un popolo chiedeva l’autodeterminazione ad un partito che gliela negava: il regime di Bashar al Assad. Col passare del tempo altri attori sono apparsi sulla scena, i quali negano anch’essi l’autodeterminazione per i siriani, ma combattono anche contro il regime. Ma la loro posizione non è stata sempre quella di essere contro il regime semplicemente per essere contro, come presumo succeda anche in Egitto con la posizione dei nostri compagni verso la Ikhwan [Fratelli Musulmani] semplicemente perchè si è contro l’Ikhwan. Il regime ha tolto l’autodeterminazione al popolo e qualsiasi rovesciamento del regime che comporti un avvicendamento con un’altra persona influente in Siria non dovrebbe essere visto come una vittoria. Come in Egitto, quando l’Ikhwan sono saliti al potere, quelli che li consideravano come un insulto alla rivoluzione, anche se erano felool [fedeli a Mubarak], continuavano a ripetere lo slogan thawra mustamera [“la rivoluzione continua”]. Anche in Siria, al posto del regime che cade arriva un partito che prende il potere e nega ai siriani il diritto di determinare il loro proprio destino.
– Quando ho intervistato Mohammed Bamyeh all’inizio di quest’anno, mi ha parlato di come la Siria fosse un interessante esempio di anarchismo per quanto riguarda la metodologia-guida sul terreno. Mi ha fatto notare che quando si sente parlare di organizzazioneall’interno della rivoluzione siriana, si sente parlare di comitati e di forme che sono abbastanza orizzontali e autonomi. Il suo suggerimento sembrava emergere da ciò che persone come Hassan Budour hanno riportato alla luce, documentando la vita e l’opera di Omar Aziz. Vi è qualche influenza di questo tipo su quello che i vostri compagni stanno facendo e diffondendo?

Sì, esiste l’idea che l’anarchismo dovrebbe essere visto come un insieme di pratiche piuttosto che come un’ideologia. Gran parte della organizzazione all’interno della rivolta siriana ha avuto un approccio anarchico, anche se non esplicito. E’ stato il lavoro del martire Omar Aziz che ha contribuito alla nascita dei consigli locali, come è stato ben documentato da Tahrir-ICN e da Budour Hassan. Aziz concepì questi consigli essenzialmente come organizzazioni in cui potessero svilupparsi auto-governo e mutuo appoggio. Credo che la visione di Omar abbia dato nuova vita al modo in cui i consigli locali operino, anche se va notato che i consigli hanno smesso ben presto di funzionare in termini di auto-governo, optando per dare particolare attenzione ai mezzi di comunicazione e di soccorso. Ma proseguono ad operare sulla base dei principi operativi di aiuto reciproco, cooperazione e consenso.

La città di Yabroud tra Damasco e Homs, è la culla comune della rivolta siriana. A Yabroud vi è un modello di convivenza con la comunità cristiana, e la città è diventata un modello di autonomia e di autogoverno in Siria. Dopo che le forze del regime si sono ritirate da Yabroud perchè le truppe di Assad potessero concentrarsi su altri luoghi, i residenti si sono affrettati a riempire il vuoto di potere, dichiarando: “Ora stiamo organizzando tutti gli aspetti della vita da noi stessi.” Dalle decorazioni in città al rinominare la scuola, come “Scuola di Libertà”, Yabroud è ciò in cui che molti siriani, me compreso, vedono una speranza nella vita del dopo-Assad. Di altre aree controllate da jihadisti reazionari si dipinge un’immagine potenzialmente oscura del futuro, ma è comunque importante riconoscere che ci sono alternative. Vi è anche il duro lavoro di una rete di attivisti locali in tutto il paese, soprattutto a Damasco, chiamata “Gioventù Rivoluzionaria Siriana”. Si tratta di una organizzazione segreta che svolge proteste molto provocatorie, spesso al centro di Damasco, che è controllata dal regime, utilizzando maschere, cartelli e bandiere della rivoluzione siriana – spesso accompagnate da bandiere curde (un altro tabù in Siria).

Nella città di Darayya nei sobborghi di Damasco, dove il regime ha scatenato battaglie terribili dopo che era caduta nelle mani dei ribelli nel novembre 2012, alcuni residenti hanno deciso di unirsi e creare un giornale nel bel mezzo dei combattimenti, chiamato Baladi Enab (che significa Uve Locali, dato che Daryya è famosa per le sue uve). Il giornale si concentra sia su ciò che accade a livello locale a Daryya sia su quello che sta succedendo nel resto della Siria. E ‘stampato e distribuito gratuitamente in città. I principi di autogoverno, di autonomia, di aiuto reciproco e di cooperazione sono abbastanza presenti nella organizzazione dopo la rivolta. Le organizzazioni che operano in base a questi principi non sono, ovviamente, totalmente impegnati nella rivolta. Ci sono elementi reazionari, settari e imperialisti. Ma noi non abbiamo sentito nulla da parte di costoro, giusto? Il giornale invece è fatto da persone che operano alla grande sulla base di questi principi e meritano dunque il nostro sostegno.

– E’ possibile che l’intervento degli Stati Uniti possa cambiare alla base la composizione e la dinamica della rivoluzione?

Credo che, in generale, gli interventi abbiano influenzato negativamente la rivolta, e credo che l’intervento degli Stati Uniti non sarà diverso. Ma credo che, come questo intervento specifico influenzerà la dinamica della rivoluzione dipende dal focus specifico degli attacchi statunitensi. Se gli attacchi degli Stati Uniti avverranno nel modo che dicono, ovvero “punitivi”, “limitati”, “chirurgici” e “simbolici”, poi ci saranno cambiamenti significativi nel campo di battaglia. Ma possono, tuttavia, dare al regime di Assad una vittoria propagandistica potendo egli affermare di aver assunto una posizione “ferma contro l’imperialismo degli Stati Uniti.” I dittatori che sopravvivono alle guerre contro di loro hanno la tendenza a dichiararsi vittoriosi semplicemente sulla base del fatto che sono sopravvissuti, anche quando sono in realtà dalla parte dei perdenti. Dopo tutto, Saddam Hussein è stato cacciato dal Kuwait da parte degli Stati Uniti, delll’Arabia Saudita e degli altri, ma ha tenuto il potere per altri 12 anni, 12 anni pieni di propaganda in cui Saddam era ancora forte durante la “madre di tutte le battaglie”.

Se gli attacchi saranno più profondi di quello che si pensa, per una ragione o per l’altra, e portano ad un cambiamento significativo sul campo di battaglia, o indeboliscono in modo significativo il regime di Assad, allora gli effetti potenzialmente negativi saranno differenti. Penso che in futuro i siriani verranno messi nelle condizioni di non ingerenza nelle loro decision. Agli Stati Uniti non gli sta bene Assad però in molte occasioni hanno detto che le istituzioni del regime devono rimanere intatte al fine di garantire la futura stabilità della Siria. In breve, come molti hanno notato, gli Stati Uniti vogliono un “Assadismo senza Assad”. Vogliono un regime senza la figura di Assad; come hanno fatto in Egitto dopo che Mubarak ha lasciato l’incarico, ma lo “Stato profondo” dell’esercito è stato mantenuto come è accaduto in Yemen, dove gli Stati Uniti hanno negoziato per far cadere il Presidente, ma tutto è rimasto per lo più come prima. Il problema è che i siriani gridavano “il popolo vuole la caduta del regime”, e non solo di Assad. Vi è un consenso, cha va dagli Stati Uniti alla Russia, all’Iran, per i quali non importa ciò che accade in Siria, ma le istituzioni del regime devono essere mantenute integre. Le stesse istituzioni che sono state create dalla dittatura. Quelle istituzioni che hanno affondato la Siria ed hanno causato il malcontento popolare che ha portato alla rivolta. Istituzioni che sono semplicemente l’eredità del colonialismo francese. Tutti sanno che i candidati preferiti dagli Stati Uniti per la leadership del futuro in Siria erano quei siriani che facevano parte del regime, ma che hanno disertato; baathisti burocrati diventati tecnocrati neoliberali e poi trasformatisi in “disertori”. Queste sono le persone che gli Stati Uniti vogliono per governare la Siria.

I siriani hanno già sacrificato troppo. Hanno pagato il prezzo più alto per le loro richieste. Non vorrei che tutto questo finisse nella spazzatura. Nella foga di far cadere Assad, simbolo del regime, mi auguro che il regime non venga mantenuto. La Siria merita di meglio delle varie istituzioni e burocrazia create da dittatori che vogliono mantenere il popolo siriano pacificato ma sotto il loro controllo. Non ci dovrebbe essere alcun motivo per mantenere le istituzioni che hanno partecipato al saccheggio del paese e al massacro della sua gente. E sapendo ciò che si vuole negli Stati Uniti per la Siria, va respinto qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti vogliono dare una mano, potrebbero iniziare ad usare la diplomazia per parlare con la Russia e l’Iran e convincerli a fermare la guerra in modo che i siriani possano determinare da sé il corso degli eventi futuri. Ma l’intervento diretto degli Stati Uniti non sarebbe altro che la rappresentazone del solito straniero che determina il passo successivo per i siriani, cosa che dovrebbe essere respinta.

– Cosa si può fare fuori dalla Siria per portare sostegno?

Per la gente fuori è molto difficile. In termini di appoggio materiale, c’è poco che si può fare. L’unica cosa che mi viene in mente è la possibilità di creare sostegno a livello discorsivo e intellettuale su larga scala. La sinistra è stata molto ostile alla rivolta siriana, trattando gli elementi e le attività anti-regime, come se fossero parte di esso e accettando alla lettera la narrazione del regime. Quello che vorrei chiedere alle persone è di aiutare seriamente a chiarire le cose e dimostrare che vi sono elementi all’interno della rivolta siriana che meritano sostegno. Si tratta di rompere quel corrosivo binario che conduce a scegliere tra Assad e Al Qaeda, o tra Assad e l’imperialismo degli Stati Uniti. Occorre essere onesti di fronte alla storia ed ai sacrifici del popolo siriano dando un resoconto accurato degli eventi. Forse è troppo tardi e ci sono ormai narrazioni egemoniche sono molto potenti nel presente per poter essere sovrastate. Ma se la gente comincia ora, forse i libri di storia potranno essere un po’ più giusti.

Joshua Stephens è un membro del consiglio dell’Institute for Anarchist Studies ed è stato attivo negli ultimi due decenni nei movimenti anti-capitalisti e della solidarietà internazionale. Scrive su vari media articoli sui movimenti anti-autoritari, dividendo il suo tempo tra il Mediterraneo e Brooklyn, New York.

Traducida por Jorell Meléndez Badillo.
(traduzione dallo spagnolo a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)
Publicada originalmente en
Link esterno: http://www.truth-out.org/news/item/18617-syrian-anarchi…tance

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