Carlo Comaschi

* Gussola (CR), 27/11/1878
† Cremona, 17/03/1923

“Alto”, sì, ma quanto? Quanto alto questo compagno agli occhi di coloro che, a oltre un secolo di distanza, si adoperano per la riemersione integrale della sua figura di militante rivoluzionario? A quali “altezze” accedere perché non cada nell’oblio – destino che accomuna schiere di anarchici – la faccia più brillante di quel prisma (ogni persona lo reca ed è, in sé, tale prisma) che, nell’occasione, prende il nome di Socialismo Libertario?
Ecco le parole del compagno Enrico Bonini (Sindacato Ferrovieri – USI) riferite al “nostro”: «[…] un uomo alto», e ancora: «Ricorderò sempre […] Comaschi, che era un grande». In altri luoghi, altri compagni, di altre fedi politiche (il pensiero corre all’indimenticato comunista gussolese Carlo Zanitoni, Carlino per tutti), con toni accorati e appassionati ripropongono il tema della “grandezza” («Era un uomo imponente, alto e forte») quando lo ricordano.
Si tratta con tutta evidenza di un topos ampio, chiaro, di un saliente deposito plurimillenario del mito (i giganti, i titani, i ciclopi… Il sodalizio con chi ebbe l’ardire di “sfidare gli dei”, il coraggio e l’audacia di “rubare il fuoco”…), ma in questo caso riveste un valore inedito ed esclusivo. La “grandezza” in oggetto non afferisce a status, modelli timocratici, privilegio, comando…, ma è tutta inscritta, tutta concentrata in una sorta di microcosmo seminale fatto di coerenza, volontà, intransigenza, solidarietà… In due parole: statura morale.

Carlo Comaschi nasce a Gussola da Irma Podestà e da Temistocle. Nonno medico, padre medico-veterinario, Carlo può studiare e mettere a profitto quell’ingegno che saprà, anni dopo, farsi strumento per l’altrui conoscenza e veicolo di socializzazione del “sapere” presso molti giovani proletari del tempo, aiutandoli ad affrancarsi dall’abbrutimento forzoso e dalla superstizione imperante. Molte sere, infatti, sono dedicate all’istruzione (tout court) dei giovani lavoratori, gussolesi e d’altrove, che cominciano in tal modo a familiarizzare non solo con le grandi “categorie politiche” e gli “assunti teorico-ideologici” di base, ma anche con Galileo, Copernico, il Medioevo, la matematica… Insomma, come qualcuno di questi ebbe a ricordare, «Comaschi è proprio stato il mio maestro di socialismo, ma anche il mio maestro di scuola».
Lo stesso coinvolgimento, la stessa partecipazione quando, all’alba dei primissimi anni Venti, dalle finestre del Municipio (era impiegato comunale), cappello nero a larghe falde e immancabile fiocco nero al collo (pur avendo, da poco, aderito al Partito Socialista, sempre – un “sempre” che suona tragico, nella sua caduca brevità! – conservò, nella memoria dei più, lo “spirito” anarchico che lo contraddistingueva anche per il tramite di questi segni esteriori), salutava e “incitava” il manipolo (oltre cinquanta!) di giovani “Arditi” che, in corteo disciplinato e “militare”, attraversavano la piazza per dirigersi oltre l’argine (di Po) maestro ed esercitarsi. È stato ricordato (e scritto) che Comaschi «ha mantenuto fino all’ultimo la convinzione che una forte opposizione poteva impedire il sorgere del fascismo».

Del 29 marzo 1903 la notizia, riportata da La Provincia (di Cremona) delle dimissioni del compagno da Consigliere Comunale (di Gussola), nella motivazione delle quali Comaschi puntualizzava l’incompatibilità della carica con la propria posizione politica di anarchico.
Del medesimo anno il processo subito, assieme ad altri compagni, per essere incorso, in occasione del Primo Maggio, in quel di Pieve D’Olmi, nel reato di “apologia di regicidio”. A difenderli tutti, Pietro Gori!
Del 1904, invece, è in più luoghi rievocata un’azione esemplare, simbolica e audace (azione subito sconfessata dai socialisti dell’epoca, anche dalle colonne del loro foglio locale: «Sono stati gli anarchici») che lo vede protagonista, assieme ad altri compagni, in occasione di uno sciopero generale in settembre: l’irruzione, con modalità “forti”, nella Mostra della Zootecnia di Cremona, simbolo per antonomasia del latifondismo e di quel potere agrario che di lì a pochi anni si costituirà come finanziatore principe dello squadrismo del Ras del luogo, Farinacci.
Multe, condanne e arresti all’attivo, negli anni 1909, 1910 e 1913, per reati che vanno dalla propaganda antireligiosa a quella sovversiva.
Va inoltre ricordato che Comaschi fu corrispondente da Gussola per L’Internazionale, il foglio della Camera del Lavoro di Parma.
Evidentemente, una figura di tale forza e dirittura morale (come rammentava il Dott. Somenzi – altra importante figura del locale Partito Comunista, nonché grande amico di Comaschi – era giunto ad aprire una vera e propria «scuola serale») andava semplicemente soppressa!
A farsene carico due sicari del paese limitrofo, Martignana di Po, due giovani fascisti “di basso rango”, tali Pietro Corradi e Brunazzi, soprannominati rispettivamente Surghin e Grigin (ma molto spesso, e in più luoghi, si incontrano nella forma accrescitiva di Surgon* e Grigon**), i quali, «sul finire del ’22», si presentarono nel suo ufficio col pretesto di un’informazione e, mentre il compagno controllava dei registri, lo colpirono violentemente e numerose volte al capo utilizzando delle mazzette, o martelli da muratore, che dir si voglia. In quel momento (in pieno orario di lavoro), in un ente nel quale ormai lavoravano quasi esclusivamente fascisti, nessuno udì nulla, colpi, urla di dolore, richieste di soccorso… Niente! In conseguenza di ciò risulta agevole pensare a quanto furono tempestive le prime cure prestategli. Malgrado tale “(ir)responsabilità collettiva” il compagno restò in vita per alcuni mesi, mesi di pura agonia, per spirare il 17 marzo del 1923.
È d’obbligo citare.
«Nessun processo venne istruito per questo delitto e quindi nessuna condanna a carico degli assassini, dei loro complici e mandanti. Anzi dal registro dei decessi del 1923 risulta che il Comaschi morì vittima di un incidente stradale [sic]».
A Liberazione avvenuta, su proposta del citato Zanitoni, la piazza principale di Gussola viene intitolata al compagno Carlo Comaschi, e ancora oggi così si chiama.

Testimonianza di Franco Ramella (discendente di Carlo Comaschi), classe 1939, pensionato, raccolta a Gussola, in data 29 gennaio 2013, da Virgilio Caletti e Rosolino Cavaglieri

Grazie, Franco, per la disponibilità e per aver prontamente accondisceso alla nostra richiesta di incontro. Ti ribadiamo: obiettivo della ricerca in oggetto è, in generale, la salvaguardia della “memoria storica”, nella fattispecie di quella relativa alla presenza antiautoritaria in Cremona e provincia, e, ancor più nello specifico, oggi, l’approfondimento biografico (politico e culturale) di una figura esemplare ed emblematica della sinistra locale – tra l’altro una delle prime vittime della violenza fascista in zona –, il tuo avo Carlo Comaschi. Franco, che cosa conosciamo della prima parte di vita di Comaschi? Ci riferiamo alla sua infanzia, adolescenza, prima giovinezza…
Praticamente nulla. E questa è la medesima risposta che ricevereste anche da mio fratello, se interrogato in proposito. In casa non se ne parlava.

Perché?
Non vi sono ragioni particolari. Semplicemente, non era oggetto di conversazione familiare.

È comunque corretto dire che l’estrazione sociale, la collocazione di classe di Comaschi, per intenderci, non è inscrivibile, a rigor di termini, in quella sfera che, soprattutto all’epoca, assumeva la connotazione di “proletaria”?
È corretto, penso. Il nonno medico, il padre medico-veterinario… Lui stesso aveva studiato… Studi liceali, mi pare. Fra l’altro [nella ricerca genealogica più sotto riportata, risalente fino a Pietro Comaschi, non vi sono cenni in merito – ndr] credo di ricordare si parlasse di un’origine parmense del ceppo familiare.

Va bene… Davamo per scontata la difficoltà di ricostruire un profilo umano, oltre che politico, a oltre un secolo di distanza. Però, consentici: per quel che attiene l’esistenza di ricordi, personali e non solo, di appunti, documenti… Di un eventuale carteggio?
Niente di niente. Mia nonna, che si chiamava Rosa Romagnoli, ed era la moglie di Clodoveo, uno dei fratelli di Carlo, assieme ad Aristide, Paola e Matilde [si veda il citato quadro genealogico, fornitoci dallo stesso Ramella nell’occasione – ndr], distrusse tutto.

Motivo?
Credo mossa da più ragioni… Che vanno dal comprensibile riserbo e soprattutto scrupolo verso persone e/o nuclei familiari allora ancora viventi, direttamente o meno coinvolti nella tragica vicenda che aveva investito il parente acquisito, fino ad altre… Ad esempio, motivazioni più legate all’opportunità, diciamo. Si tenga presente che il marito, ossia mio nonno, di professione mediatore, intratteneva relazioni e contatti quotidiani, per lavoro, appunto, coi maggiori esponenti del mondo agrario locale e non solo, e dunque…

Comprendiamo. Allora, a questo punto, facciamo un balzo temporale, diciamo di una ventina d’anni all’incirca, e concentriamoci su quello che per noi è un passaggio cruciale, dirimente, o, comunque, di non poco conto… Ossia il Comaschi “americano”. Ci dicevi, in occasione del fugace incontro del mese scorso, preliminare e propedeutico di quell’odierno, che Carlo Comaschi non è mai stato in America…
E lo confermo.

Però, scusa, tutte le fonti in nostro possesso (dalla testimonianza di Zanitoni al lavoro celebrativo del PSI locale, nonché i vari siti web in cui lo si cita) sembrano concordare e sottolineare come, a cavallo del nuovo secolo, recatosi negli Stati Uniti ed entrato in contatto con gruppi anarchici del luogo, ne sposasse le posizioni ideologiche. Ripetiamo: la cosa non è di scarso rilievo poiché, se così non è, la sua adesione alle idee anarchiche va dunque e perciò ascritta ad altri itinerari di influenza e formazione politica, non convieni? E inoltre: come può essersi ingenerato un abbaglio biografico, peraltro conclamatamente assunto, di tale peso?
Io credo proprio debba attribuirsi a una sorta di involontaria e duplice sovrapposizione, e di persone e di percorsi esistenziali. Più precisamente, e mi spiego, si tratterebbe di un’evidente confusione con la vicenda che ha riguardato un suo fratello, Aristide. Questi sì, è effettivamente emigrato in America, e per restarvici! Pochi anni or sono ho stabilito un contatto con alcuni miei parenti di colà, i suoi figli, per l’appunto. Un’altra ipotesi plausibile, sempre in tema di equivoci, può farsi risalire all’emigrazione per il Brasile di un mio zio, Leonida, fratello di mia madre. E ciò, dico la “confusione”, potrebbe discendere dal fatto che questo mio zio era conosciuto e da tutti soprannominato Carlino (e, non v’è dubbio, in omaggio al di lui zio) e, pur nella sua forma di affettuoso diminutivo, questo uso sistematico, regolare e generalizzato di riferirglisi può aver alimentato certa confusione… Soprattutto nello sforzo mnemonico di ricostruzione di vicende, persone, contesti… decisamente remoti. Invece, per quello che concerne il cammino teorico compiuto dal mio ascendente, che dire? Avrà maturato quelle idee così, come avvenne per altri giovani molti decenni dopo, nel ’68 ad esempio… Del resto, non esistono anarchici anche adesso [sic]?

Diremmo proprio di sì. E dunque, per restare in argomento, non sapresti come valutare le marcate asincronie storiografiche riscontrabili in più luoghi e documenti? Ad esempio, l’incipit dell’opuscolo del PSI (di Gussola) è costituito da una nota (ufficiale, per quanto “riservata”) degli archivi segreti dell’epoca, datata 20 luglio 1919, nella quale si afferma: «egli è anarchico» e, in conclusione della stessa: «Prima apparteneva al Partito Socialista Rivoluzionario e ora appartiene a quello anarchico». Ebbene, tale comunicazione di e fra le autorità preposte alla sorveglianza di tutti i soggetti che afferivano all’ambito rivoluzionario e del sovversivismo, è di certo posteriore alla nascita della locale sezione socialista, la fondazione della quale, invece e a detta dei più, si deve proprio a Comaschi…
Non so proprio che dire. Tengo solo ad aggiungere che, accanto alle fonti da voi citate, c’è un contributo, un articolo, credo, del maestro Magni [insegnante elementare a Gussola per molti anni e legato all’alveo socialista locale – ndr]… Articolo che mi propongo di reperire e farvi avere; può darsi contenga qualche elemento chiarificatore. Vi ricordo pure che della figura di Carlo Comaschi s’è occupato, nel suo Militanti politici di base, Danilo Montaldi [importante figura intellettuale – di caratura nazionale – della sinistra “eretica” di Cremona – ndr].

Certo, sappiamo. Consulteremo tutto e in particolare, vista la mole di “vuoti”, “sviste”, “lacune” e, consentici, “deficienze” sul piano del rigore storiografico, cercheremo di accedere agli archivi e, se ci sarà possibile, a quelli di polizia in primo luogo. Scusa, sai dell’esistenza di altre immagini di Comaschi, oltre a quella riprodotta all’inizio dell’opuscolo del PSI gussolese?
No, e non credo ne esistano. Stavo per dimenticarmi. Sono io che, superando soverchie difficoltà e impedimenti, nei primi anni Settanta sono riuscito nell’intento di “riportarlo” qua; ho cioè provveduto al trasferimento dei suoi resti, dal cimitero di Cremona, dove è rimasto per circa mezzo secolo, al nostro di Gussola, suo paese natio. Vi fornisco anche questa immagine che riproduce la targa funeraria e l’iscrizione ivi contenuta.

Comunque, entrassi in possesso di nuove informazioni e materiale al riguardo, vi passerò tutto senza indugiare… Per il resto, consideratemi a disposizione!

Grazie ancora, Franco.

Un inedito contributo
Anche la Chiesa, personificata nel locale (di Gussola) rappresentante, Don Antonio Lupi (1869-1946), contribuisce a chiarire la “valenza” di una figura come Comaschi. Attraverso le parole a questi riferite del citato Lupi, si evince il grado di “nocività” che il pensiero e l’azione del compagno assumevano agli occhi di un esponente senza tema qualificabile come la quintessenza dello spirito reazionario dell’epoca in alveo ecclesiastico.
Riportiamo, citando, tali parole, tratte da un documento ciclostilato, ufficiale*** e pubblico, che rappresenta una sorta di “sunto” o di estratto del diario personale del parroco in questione.
A p. 12, laddove si evidenziano le “difficoltà” del periodo (anni ’10), ad esempio la scarsa frequentazione dei fedeli, ascrivibili all’azione dei “rossi”: «Fino da quando si erano tenute in Parrocchia le ultime missioni, dai Padri Carmelitani Paolo e Urbano da Parma, per opera nefasta del giovane anarchico Carlo Comaschi (già compromesso a Cremona per l’incendio alla mostra zootecnica) venivano dispensati sulla porta della Chiesa, foglietti volanti contro le verità più sacrosante di nostra religione».
A p. 26 si ripropone l’“equivoco” del Comaschi “americano” (vedi sopra), e siamo nelle “cronache” dell’anno 1909; vi si trova: «I Socialisti che sono un po’ disorientati, e perdono terreno a vista, fanno tornare dall’America Carlo Comaschi, perché prenda le redini del partito e tenga testa al Parroco».
A p. 41, con riferimento alle elezioni del 17 ottobre 1920, che videro il trionfo della sinistra, si tratteggia la nuova situazione venutasi a creare nell’ambito delle locali istituzioni e, naturalmente, il ruolo in esse ricoperto da Comaschi, con le seguenti parole: «La nuova amministrazione riuscì formata per la maggior parte da persone volgari e triviali. Non sembrava lor vero di potersi sedere su scragne imbottite; e il comune era diventato, nelle lunghe sere invernali, luogo di ritrovo, dove accanto al franclen si cuocevano, si sgusciavano e si mangiavano castagne, che venivano innaffiate da abbondante vino, mentre il pavimento si cospargeva di sputi impastati di residui di tabacco masticato. L’ambiente era divenuto una taverna e poco più delle loro stalle. Carlo Comaschi che fungeva da applicato comunale è l’unico e vero amministratore».
E poco oltre, alla stessa pagina, si stigmatizzano talune “novità”, anche in campo toponomastico, così: «Si ordinano le tavolette in maiolica con i nomi dei maggiori luminari del Socialismo e Comunismo: Marx, Lasalle (?) [sic], Rosa Luxemburg, Bakunin, […] Lenin le quali devono sostituire le vecchie le quali portano nomi e date storiche».
La conclusione (meglio, interruzione, visto che, potenzialmente, si è autorizzati a pensare ad altri 24 anni di “diario” e, anche da qui, la conclusione “monca”, brusca e “sospesa” del racconto pretesco; essa coincide, ovviamente, con la conclusione del materiale a oggi in nostro possesso) del lavoro in esame – e siamo ormai nell’anno 1922 –, così recita: «Intanto Mussolini si mostra evidentemente l’uomo della situazione [in altri luoghi si trova l’uomo della Provvidenza, ndr], e la nazione torna ben presto allo stato normale.
In tutti i paesi d’Italia si inizia la lotta contro il socialismo bolscevizzante. Non poteva mancare a Gussola, dove l’elemento estremista era capitanato dall’anarchico Comaschi.

* Ossia “grosso topo”.
** Secondo alcune fonti si tratterebbe di un’errata trascrizione dal dialettale-osceno “grilon”, ossia “grosso pene” o, in subordine, “stupidotto”, “ottuso”.
*** M. Cappa, A. Assandri, a cura di, Note di Cronaca di Gussola dal 1892 al 1922, Don Antonio Lupi (1869-1946), Archivio Parrocchiale di Gussola (in forma di ciclostilato), trascrizione terminata il giorno 10 dicembre 1999.

Fonti:
AA.VV. (a cura della sez. del PCI di Gussola e del Gruppo Lavoratori-Studenti di Persico Dosimo), Ricerca a Gussola. Testimonianze e documenti sulla lotta di classe in un paese cremonese, Persico Dosimo (CR), 1980.
AA.VV. (a cura del PSI – sez. di Gussola – CR), Carlo Comaschi. Un monito, un esempio, Gussola (CR), 1975.
G. Azzoni et al., Fascismo a Cremona e nella sua provincia 1922-1945, Cremona, A.N.P.I., 2013, p. 22.
D. Montaldi, Militanti politici di base, Torino, Einaudi, 1972².

Bibliografia:
Letture proletarie, numero unico della FGCI di Casalmaggiore, ottobre 1969.
Lotta di popolo, organo della Fed. del PCI di Cremona, numero del 14 novembre 1970.

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