Enrico Ferlucchini

* Commessaggio (MN), 06/10/1870
† 04/1949

Di umili origini, Enrico Ferlucchini nasce a Commessaggio, in provincia di Mantova (però, avendo vissuto quasi tutta la propria vita a Casalmaggiore, lo possiamo definire “cremonese d’adozione”) il 6 ottobre 1870. Frequenta la scuola fino alla quarta elementare e inizia a «lavorare come garzone presso un fornaio fino a quattordici ore al giorno, per un salario miserevole». Un innato sentimento di ribellione e senso di giustizia lo portarono, giovanissimo, a provare «istintivamente solidarietà» per i moti di rivolta che attraversavano la campagna del Casalasco, moti allora in collegamento con movimenti quali “La Boje” mantovana. Nel 1886, giunto, a prezzo di enormi sacrifici, a Genova, s’imbarca alla volta dell’America. Qui, col suo lavoro di fornaio, consegue «l’ambito titolo di “maestro di pala” che sanciva pubblicamente la sua valentia professionale». È durante il “periodo americano” (durato, secondo alcune fonti, due, secondo altre, quattro anni) che allaccia relazioni con gli ambienti anarchici. Furono, probabilmente, tali relazioni «che influenzarono […] la formazione della sua personalità politica». Tornato in Italia, avvia a Casalmaggiore l’attività di fornaio e, nel 1893, prende moglie. In questo periodo e negli anni successivi (fino al 1904) si può ragionevolmente pensare a un (suo) impegno politico limitato e/o a un (suo) ruolo defilato «in quanto, nel 1898, nonostante la sua appartenenza all’area anarchica nel clima generale di repressione che si abbatte su Casalmaggiore, non risulta colpito da ammonizioni né da alcun altro provvedimento punitivo come il domicilio coatto». Pare sia la “scoperta” di un opuscolo scritto da Alceste De Ambris, segretario della Camera del Lavoro di Parma, dal titolo L’Azione diretta. Pagine di propaganda elementare sindacalista, a orientarlo verso tesi e ideali propri del sindacalismo rivoluzionario. Inizia perciò a frequentare («in particolare nel giorni festivi») la Camera del Lavoro di Parma (recandovisi in bicicletta), dove conosce di persona «dirigenti come Ugo Clerici, Giuseppe Maia, Tullio Masotti e i fratelli De Ambris, Amilcare e Alceste». Con quest’ultimo «strinse una profonda amicizia». Fu tra i più attivi sostenitori della grande protesta contadina del 1908 assieme all’anarchico casalese Umberto Caravaggi, «punto di riferimento nel Casalasco per Alceste De Ambris». Nel frangente, fu pure costituito un Comitato d’Azione (la cui attività si concretava, fra l’altro, nelle azioni di sostegno, di solidarietà concreta, di iniziative politico-propagandistiche, in quelle di difesa e appoggio all’agitazione, di lotta e opposizione ferma al crumiraggio…) locale che «comprendeva anarchici, fra cui Ferlucchini e il pittore ventunenne Annibale Bettini e socialisti». Data di questo periodo l’intensificarsi dell’attenzione e della vigilanza continua «da parte degli organi competenti» su Ferlucchini «ritenuto un pericoloso “sovversivo”». La spaccatura del fronte sindacalista rivoluzionario (e, in parte, almeno in campo internazionale, anche di quello anarchico) in merito all’atteggiamento da assumere di fronte all’imminente conflitto (interventismo o anti-interventismo) è forse all’origine del suo allontanamento dal sindacalismo rivoluzionario (di quella sua componente, cioè, che abbracciò le posizioni interventiste) ed è proprio di questo tempo il suo avvicinamento e in seguito la sua iscrizione al Partito Socialista locale. Qualche anno dopo, infatti, nel 1920, partecipa alle elezioni amministrative, diventando consigliere comunale e addirittura svolgendo pro tempore (per oltre un anno) le funzioni di primo cittadino. Dopo Livorno (21/01/1921), assieme all’amico professor Gaetano Ferrari, è fra i promotori della scissione e della conseguente nascita, anche a Casalmaggiore, del Partito Comunista d’Italia. Il fascismo vedrà lui, la sua casa («definita dai fascisti “sede del sovversivismo e il covo della delinquenza”») e i suoi cari (il figlio Ottorino, in particolare, subì ripetute violenze e oltraggi dalle squadracce locali) bersagli fra i preferiti. Ciò lo indurrà a trasferirsi a Milano per un periodo durato sette anni e a trasformare la propria abitazione in «punto di riferimento sicuro per esponenti dell’antifascismo cremonese». Negli anni Trenta, pur sorvegliato strettamente (dato l’inserimento nell’elenco del sovversivismo locale), in considerazione, forse, dell’età e «il comportamento tranquillo», non fu mai tratto in arresto. Allo scoppio della guerra di Spagna riesce a tenersi informato «tramite notiziari trasmessi da una radio clandestina». Dopo l’8 settembre ’43, alcuni giovani, al corrente dei suoi trascorsi, lo individuano come punto di riferimento e simbolo di coerenza antifascista. All’indomani della Liberazione ricopre subito il ruolo di assessore comunale per il PCI ma, dopo soli pochi mesi, in linea con la sua intransigenza antifascista, presenta le proprie dimissioni. Nella lettera di giustificazione della scelta, irrevocabile, fra le altre cose denuncia che «nessun provvedimento di giustizia fu preso nei confronti dei fascisti, i quali circolano liberamente in Città, spalleggiati – a quel che pare – dalle locali autorità»; e in quest’ultimo passaggio, pur nella sua fugacità, paiono riecheggiare i toni dell’ideologia, quella anarchica, che ha contrassegnato indubitabilmente almeno i primi 45 anni di vita di Enrico Ferlucchini. Muore nell’aprile del 1949. A seguire il feretro anche un “anziano intellettuale” e amico (nonché figura centrale di tutta intera l’esperienza degli Arditi del Popolo del Casalasco), il professor Gaetano Ferrari, il quale era tornato «appositamente a Casalmaggiore per rendere omaggio al militante rivoluzionario». Questa testimonianza è tratta da un saggio del prof. Giorgio Lipreri, di Casalmaggiore, apparsa su La Cronaca – Edizione di Cremona e provincia, nei numeri dei giorni 24 e 25 marzo 2006.

[Ringraziamo Antonio Parisi per la seguente integrazione]
La variante del cognome Ferlucchini/Ferluchini dipende dal prete che redigeva gli atti a Rivarolo. Sin dall’inizio, il cognome era scritto in entrambi i modi, ma si trattava della stessa famiglia. Il capostipite Giuseppe, vissuto verso la metà del Seicento, era uno dei molti Ferri che vivevano a Rivarolo, e si firmava Giuseppe Ferri Luchino, o Ferri Luchini, da cui poi, nella generazione successiva, derivó Ferluchini.

Una risposta a Enrico Ferlucchini

  1. ropakr scrive:

    Buongiorno, ho letto con interesse l’articolo su Enrico Ferluchini. Si tratta di un mio lontano parente di linea materna che avevo trovato, a suo tempo, quando imbastivo l’albero genealogico della famiglia Ferluchini.
    Inserisco solo un paio di precisazioni in un commento generale.
    Enrico non conobbe suo padre ed ereditó il cognome da sua madre Luigia, madre nubile in due occasioni, un fatto assai raro all’epoca. Enrico naque a Commessaggio perché la madre, di Rivarolo Mantovano (allora Rivarolo fuori) non volle partorire a casa come aveva giá fatto con il primo figlio Napoleone che morí con poco piú di un anno di etá.
    É da rilevare il fatto che la famiglia Ferluchini era tradizionalmente di idee rivoluzionarie. All’epoca della Repubblica Cisalpina Luigi Ferluchini, nonno della madre Luigia, ed uno zio di questi (Tommaso) erano entrambi sergenti dei Granatieri a Rivarolo. Indubbiamente, con la restaurazione, la famiglia Ferluchini pagó tributo per le proprie idee andando praticamente in rovina a causa degli espropri punitivi subiti dagli austriaci che se la presero anche con la famiglia ebrea Finzi, tradizionalmente in affari con i Ferluchini nel 700.
    Enrico partí per Buenos Aires il 12.09.1887, da Genova, sulla nave Orione, e fece ritorno in Italia in meno di due anni. Vi sarei grato se mi possiate girare piú fonti possibili circa Enrico e sulla sua diretta discendenza: i figli Ottorino, Edwige Maria, Carmela e la nipote insegnante Adele figlia di Ottorino.
    Cordialmente
    Antonio Parisi
    toni.parisi.ferluchini@gmail.com

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